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Un’ampia e dettagliata panoramica dei diversi tipi di ipoacusia, da quella trasmissiva, che interessa l’orecchio medio e che può aver bisogno di intervento chirurgico, a quella improvvisa, con le sue strategie diagnostiche e terapeutiche, a quella, infine, tipica nell’anziano, in particolare in relazione al declino cognitivo. Ma anche le indicazioni su quando la sordità si può o si deve operare.
Una formazione densa di contenuti e con tanti consigli pratici – che ha fatto registrare il sold out nonostante l'ennesiam giornata di temperatura torrida… – quella che si è volta martedì scorso, 30 giugno 2026, nella sede dell’Ordine, organizzata con gli esperti dell’Ulss 3 Serenissima dal presidente dell’Ordine Giovanni Leoni e dal dottor Doriano Politi, primario di Otorinolaringoiatria agli ospedali di Mestre e di Venezia.
«Una formazione ancora più necessaria – ha sottolineato proprio il presidente Leoni accogliendo i partecipanti – se pensiamo che in Italia abbiamo 22mila centenari e che abbiamo l’aspettativa di vita tra le più alte d’Europa, 84 anni. Allo stato ci sono 14 milioni di ultra 65enni e nel 2050 saranno almeno 20 milioni: un abitante su 3 sarà over 65. Questo è il destino del paese: tutte le problematiche correlate ai temi di oggi saranno sicuramente da trattare in evoluzione costante».

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Ad aprire la serata, occupandosi delle ipoacusie trasmissive e medie e affidandosi anche a molti casi clinici trattati nella sua carriera, il dottor Filippo La Rosa, dirigente medico di Otorinolaringoiatria dell’ospedale mestrino dell’Angelo, che ha subito illustrato le diverse patologie che colpiscono l’orecchio esterno e medio, le cause e le sedi in cui si manifestano: dalle stenosi alle fratture nel condotto uditivo esterno, ma anche gli osteomi, cioè piccoli tumori benigni, le infezioni o i traumi alla membrana timpanica e alla catena ossiculare o ancora l’otosclerosi, le otiti croniche e le adenoidi.
Da qui le attività chirurgiche più frequenti: la miringoplastica, mininvasiva per riparare la perforazione della membrana timpanica, l’ossiculoplastica, procedura di microchirurgia per ripristinare o migliorare l’udito, la timpanoplastica e la miringotomia con posizionamento di drenaggi trans-timpanici.
Il dottor La Rosa ha poi illustrato interventi complessi: la rimozione di una protesi acustica penetrata nella cassa timpanica, la decompressione del nervo facciale a seguito di un trauma da scheggia incandescente, il trattamento di otiti medie effusive croniche, il cosiddetto “orecchio a colla”, la chirurgia dell’otosclerosi attraverso la sostituzione della staffa con una microprotesi in teflon e la gestione d’urgenza di un colesteatoma recidivante con erosione del tegmen tympani. «Il colesteatoma – ha spiegato – è un tessuto epiteliale che resta insinuato nella cassa e inizia a distruggere l’osso. Quello che ci preoccupa è ciò che c’è vicino, il cervello e le meningi».
In conclusione dal relatore una riflessione legata all’accesso alle cure, ispirata da uno studio americano, «un articolo – ha detto il dottor La Rosa – che mette in evidenza il disagio e la vulnerabilità sociale legata alla distanza di accesso a un chirurgo che si occupi di otologia e neurootologia. Un’analisi che francamente mi ha lasciato pensare, mi sono chiesto: che cosa sta succedendo?».

Al dottor Doriano Politi, invece, il compito di analizzare l’ipoacusia improvvisa, approfondendo le linee guida, la gestione clinica e le strategie per massimizzare le probabilità di recupero e sottolineando il ruolo cruciale del medico di famiglia per attivarsi tempestivamente. Dopo aver presentato il nuovo assetto della rete di Otorinolaringoiatria dell’Ulss 3 Serenissima – che integra le competenze degli ospedali di Mestre, Venezia, Mirano e Dolo con quelle territoriali e che ha eseguito in poco più di un anno, dal marzo 2025 a oggi, 58 interventi tra impianti cocleari e osteointegrati, posizionandosi tra i primi 10 centri nazionali – è subito entrato nel vivo del tema illustrando la “regola dei tre 3”. «La diagnosi di ipoacusia improvvisa neurosensoriale – ha spiegato – si basa su tre criteri clinici precisi: una perdita di sensibilità uditiva di almeno 30 decibel, il coinvolgimento di almeno tre frequenze consecutive e l’insorgenza rapida entro un arco di 3 giorni, cioè 72 ore».
Nel 98% dei casi si tratta di un disturbo monolaterale, spesso accompagnato da acufeni, sensazione di orecchio tappato e, nel 20-40% dei casi, da vertigini – «queste ultime, però, sono indice di una prognosi più severa» ha aggiunto – e nella stragrande maggioranza dei casi, il 90%, l’origine è idiopatica.
Per la diagnosi, allora, il medico di famiglia, attraverso l’otoscopia, deve escludere cause trasmissive, la presenza ad esempio di un tappo di cerume occludente o di corpi estranei nel condotto uditivo, e può eseguire anche semplici test con il diapason, come quello di Weber e di Rinne. «La tempestività – ha sottolineato il primario – è fondamentale poiché la probabilità di recupero cala drasticamente con il passare del tempo. Il tempo è udito: la probabilità di un recupero completo cala drasticamente con l’andare dei giorni. Per cui, iniziare un trattamento entro le prime 48-72 ore è un fattore prognostico importante».
Il trattamento d’elezione prevede l’uso di steroidi sistemici, ma nei casi più resistenti e di fallimento del cortisone si può ricorrere anche a una terapia avanzata di salvataggio, la camera iperbarica, attiva in un centro a Marghera. Divieto assoluto, invece, all’uso di antivirali.
«Se un paziente lamenta un orecchio tappato ad esordio improvviso – i messaggi da portare a casa del dottor Politi – meglio pensare all’ipoacusia neurosensoriale. Una volta escluse cause trasmissive, inviare subito il paziente allo specialista ORL territoriale perché la prognosi uditiva è tempo-dipendente».

Dopo aver declinato l’ipoacusia trasmissiva e quella improvvisa, la serata di formazione si è concentrata su un particolare tipo di sordità, quella dell’anziano, il cui approfondimento è stato affidato alla professoressa Rosamaria Santarelli, direttrice di Audiologia e Otoneurologia all’Ospedale Civile di Venezia, che ha subito chiarito ai presenti come «l’ipoacusia nell’anziano sia un tema con cui avrete sempre più a che fare. La perdita uditiva, infatti, è un problema epidemiologico di grande impatto, colpisce oltre un miliardo e mezzo di persone nel mondo e più del 60% degli adulti che ne soffre è over 50. Ma è anche un fattore di rischio modificabile per il declino cognitivo e la demenza».
Una condizione, il sentire male, che comporta la difficoltà di capire il parlato e di conseguenza una pesante fatica uditiva, il listening effort, soprattutto in ambiente rumoroso: «Perdendo delle parole – ha spiegato la relatrice – il soggetto è particolarmente attento, concentrato nell’ascolto e questo comporta una fatica uditiva che di fatto si traduce proprio nell’essere estenuati alla fine della giornata per il grande impegno profuso». Altre possibili conseguenze: l’isolamento sociale e il declino cognitivo.
A livello fisiopatologico, la presbiacusia coinvolge la perdita di funzionalità delle cellule ciliate, specialmente quelle esterne che funzionano come un amplificatore, e la degenerazione delle fibre nervose, che riduce l’ingresso degli stimoli al cervello e, per compensare, fa aumentare l’attività corticale. «Per contrastare questo declino – ha aggiunto – anche in questo caso sono fondamentali la diagnosi e l’intervento precoce tramite dispositivi di riabilitazione».
Ma come scegliere i dispositivi? Le protesi, cioè gli apparecchi acustici sono indicati per le ipoacusie di grado lieve e medio, gli impianti cocleari, invece, per quelle di livello severo e profondo.
Dalla professoressa Santarelli anche qualche consiglio pratico, destinato ai medici di famiglia, per approcciare il paziente con ipotetica ipoacusia. «Chiedetegli banalmente – il suo invito – se ritiene di avere una perdita uditiva. Poi chiedetegli anche se abbia difficoltà al telefono o a seguire una conversazione in ambienti rumorosi, se i familiari dicono che tiene il volume del televisore troppo alto, se evita situazioni sociali perché fa fatica a capire i discorsi. Sono domande molto semplici, ma che possono aiutare il medico di Medicina Generale ad indirizzare la persona a una visita specialistica».

Ma quando la sordità si deve o si può operare? A rispondere a questa domanda Nicola Malagutti, direttore dell’Otorinolaringoiatria degli ospedali di Mirano e Dolo, che ha approfondito le soluzioni più moderne per le ipoacusie e illustrato le metodologie diagnostiche, la classificazione delle sordità e le opzioni terapeutiche avanzate, tra cui gli impianti cocleari e le protesi osteointegrate.
Innanzitutto bisogna distinguere tra problemi meccanici (trasmissivi) e neurosensoriali:

  • ipoacusie trasmissive, quando il suono non è condotto alla coclea: tappi, perforazioni della membrana timpanica, otiti croniche e otosclerosi;
  • neurosensoriali, quando perde sensibilità la coclea: invecchiamento (presbiacusie), ipoacusia improvvisa, ipoacusie genetica;
  • miste, quando si sommano problemi di trasmissione e problemi neurosensoriali: otiti croniche, esiti di timpanoplastiche per colesteatoma, difficoltà con protesi tradizionali.

Tutte le ipoacusie sono classificate a seconda della gravità – lieve, moderata, severa e profonda – o per la possibilità di essere risolte con terapia medica, con protesi esterna o con nessuna delle due soluzioni. Tanti i motivi per cui gli apparecchi acustici non sempre funzionano: per sordità eccessive, ad esempio, o a causa di infezioni, o ancora per l’esito di una chirurgia o per resistenza culturale, nonostante oggi ci siano dispositivi praticamente invisibili.
«Per le sordità profonde – ha sottolineato il primario – quando le protesi tradizionali non bastano più, l’indicazione principale è l’impianto cocleare. Un intervento tutto sommato semplice che normalmente dura un’ora e che non è doloroso. L’impianto è invisibile e richiede un ricovero di solo un giorno o due, seguito da un percorso di riabilitazione».
Per le sordità moderate, severe o miste, invece, ci sono importanti novità: oggi si può ricorrere a protesi osteointegrate attive che trasmettono il suono vibrando nell’osso. Soluzioni che di recente il Veneto ha inserito tra i dispositivi che possono essere rimborsati, risolvendo i problemi di molti pazienti precedentemente “orfani”di trattamento. Tanti i vantaggi di questo tipo di protesi: «Sono dispositivi acustici e non impianti cocleari – la conclusione del dottor Malagutti – si fanno in anestesia locale, hanno una procedura veloce e un recupero rapidissimo, non è necessaria la logopedia, si simulano col paziente prima di farle, garantiscono sempre chiusure del GAP e si possono amplificare ulteriormente».

Ampio lo spazio, a fine serata, dedicato alla discussione e alle domande dei partecipanti. Tra i temi sollevati:

  • se non sia in realtà il deficit cognitivo a influire su quello uditivo;
  • la durata degli impianti cocleari (che non devono essere sostituiti);
  • se, per chi soffre di acufene, le protesi acustiche possono migliorare o peggiorare la situazione;
  • quando è utile chiedere una risonanza magnetica o una TAC;
  • i casi di ipoacusia come malattia professionale;
  • la possibile associazione con le crisi vertiginose;
  • la valutazione sui nuovi ausili disponibili, come ad esempio gli occhiali acustici.

L’avanzare progressivo dell’età della popolazione, dunque, porterà sempre più in primo piano i problemi di ipoacusia: se le cause non sono note e la prevenzione è difficile da attuare, i sintomi, però, possono essere colti. L’importante, in caso di sospetto, è agire subito perché – come sottolineato durante il convegno – il tempo è udito.

Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Venezia