Nel 1987 fu scoperto nella Val Rosna, lungo la strada di collegamento tra il Primiero e Feltre, lo scheletro di un uomo vissuto 14.000 anni fa, nel Paleolitico Superiore, quando i ghiacci ricoprivano ancora buona parte dell’Europa, alla fine del Tardoglaciale. Fu chiamato Uomo di Villabruna, dal nome dello scopritore del sito, Aldo Villabruna, un appassionato di archeologia del Paleolitico. È il reperto umano più antico delle Alpi, visto che l’uomo di Mondeval, conservato nel Museo Cazzetta di Selva di Cadore, risale a circa 8.000 anni orsono e la mummia d Similaun, Otzi, del Museo di Bolzano, è di 5.300 anni fa.
Attualmente lo scheletro dell’Uomo di Villabruna è all’Università di Ferrara, dove continuano le indagini archeologiche, ma troverà la sua collocazione finale nel MUVAR, Museo dell’Uomo di Val Rosna, in località Campagna Sorriva di Sovramonte (BL). Il Museo, realizzato secondo i criteri più moderni, con supporti multimediali coinvolgenti, è interessantissimo e vale una visita attenta, per i medici e in particolare per gli odontoiatri.
I rilievi e gli studi fatti sullo scheletro dell’Uomo di Villabruna (o della Val Rosna) dall’Università di Ferrara hanno permesso di delineare le caratteristiche del nostro Sapiens-Cromagnon. Si trattava di un cacciatore di circa 25-30 anni, alto 1.70 cm, con i capelli castano chiari, la carnagione olivastra, gli occhi azzurri, probabilmente ereditati dal padre o da un nonno dell’Est europeo.
Il corpo era stato posto in una fossa poco profonda, in posizione supina, con il capo reclinato verso la roccia, le braccia lungo i fianchi, con accanto il corredo funebre di sei oggetti: una punta d’osso di cervo incisa e spezzata a scopo rituale in tre parti (solo due ricomposte, la terza sulla salma), una selce a coltello, un raschiatoio, un nucleo di selce, un percussore in siltite, un grumo di sostanza resinosa mista a cera, ocra e forse propoli che corrispondeva a un piccolo “pronto soccorso”. Sulla salma c’erano anche dei denti di cervo forati e delle conchiglie forate: un antico monile.
L’uomo doveva essere un capo. La sepoltura con pelli e fogliame, era completata da pietre del vicino torrente. Delle 4 pietre ritrovate nello scavo, tre, decorate l’una con segni verticali, l’altra con il palco del cervo e la terza con una figura danzante in ocra, erano poste con il lato dipinto verso il corpo del morto. La quarta pietra, rivolta invece verso l’esterno, raffigura un uomo stilizzato dalle molte braccia, segno di grande forza: un segnacolo intenzionale, la prima “lapide” tombale al mondo. Il ritrovamento mostra che gli uomini del Paleolitico avevano cura delle salme e ritualizzavano la morte, almeno quella dei loro capi.
Ma quanto è assolutamente sorprendente nello scheletro dell’Uomo di Villabruna è che il terzo molare inferiore destro presenta i segni di una cura endodontica, ben eseguita, con asportazione del materiale colliquato nella camera pulpare per mezzo di una punta affilata di selce. È il più antico caso di cura della storia dell’uomo. Si legge nella didascalia museale: "All’interno della vasta cavità cariosa sono state riconosciute diverse strie microscopiche dovute al passaggio di una piccola punta in selce. Tale intervento serviva a trattare asportandolo il tessuto malato, rimuoverlo e sanare il dente. Non è stata individuata traccia di residui riconducibili all’uso di paste curative, come quelle di cera d’api rilevate in casi di cura del Neolitico”.
L’ipotesi degli studiosi è che la cura odontoiatrica eseguita con una manualità raffinata e davvero stupefacente sia stata opera di una curatrice, una sciamana, probabilmente somministrando al malato della canapa o degli oppiacei come anestetico. Gli studi archeologici più recenti, infatti, collocano la donna preistorica pienamente all’interno del gruppo nomade di cacciatori e raccoglitori, gruppo nel quale esercitava con altri sia il ruolo di sciamana, che quello di cacciatrice. Non più, dunque, come si credeva, relegata solo ai ruoli ancillari di raccoglitrice e riproduttrice. Una bella scoperta anche sul cammino della parità tra i generi.
Dottoressa Alessandra Cecchetto, componente Commissione Pari Opportunità OMCeO Venezia