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Recuperare il ruolo sociale, oltre che sanitario, del medico e dell’odontoiatra. Rivedere gli aspetti di carattere organizzativo della sanità pubblica, per fronteggiare la carenza di camici bianchi in tutti i settori, investendo non solo sulla tecnologia ma anche sul personale e ridando importanza al territorio, in una prospettiva meno ospedalocentrica.
Questi i messaggi che si sono portati a casa i numerosi partecipanti del convegno La responsabilità professionale medica: doveri ineludibili e diritti negati, che si è svolto a Venezia sabato 4 giugno 2022, nella splendida cornice della Biblioteca San Domenico della Scuola Grande di San Marco, organizzato dall’OMCeO lagunare, sotto la guida scientifica del presidente Giovanni Leoni, anche vice nazionale.
«I medici – ha sottolineato il dottor Leoni aprendo i lavori – hanno anche dei diritti non solo dei doveri: non siamo qui a lamentarci ma per dare un quadro preciso delle nostre realtà. Noi siamo reduci dalla sfilata del 2 giugno per la Festa della Repubblica a cui abbiamo partecipato per la prima volta in rappresentanza degli oltre 400mila medici italiani: è stato un momento importante per il morale e per il riconoscimento da parte dei cittadini del nostro lavoro».

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I saluti delle autorità
Tra le autorità che hanno inviato un messaggio di saluto al convegno, Marina Bottacin, presidente di OPI Venezia, Simone Venturini, assessore alla Coesione Sociale e alla Programmazione Sanitaria del Comune di Venezia, da sempre vicino alle iniziative dell’Ordine, e Manuela Lanzarin, assessore alla Sanità della Regione Veneto, che hanno sottolineato l’importanza e l’attualità del tema trattato – sia sotto il profilo deontologico, sia per le ricadute pratiche in termini di fuga dagli ospedali e di medicina difensiva – e il supporto e la leale collaborazione che contraddistingue i rapporti tra l’OMCeO veneziano e le istituzioni.
«Questo convegno – ha spiegato Giovanni Carretta, direttore sanitario dell’Ulss 3 Serenissima in rappresentanza del direttore generale Edgardo Contato – è una di quelle occasioni in cui ci si può fermare a riflettere su a che punto siano la professione e il lavoro dei professionisti sanitari. Viviamo un momento storico delicatissimo in cui la carenza di medici in ogni comparto sta diventando un peso insopportabile. C’è bisogno di un rilancio, non solo economico, del servizio sanitario nazionale: bisogna ricostruire la sanità».
Di come il tema della responsabilità professionale coinvolga tutti, dai medici ai cittadini, dalle strutture sanitarie alle assicurazioni agli avvocati, ha parlato, invece, Mauro Filippi, direttore generale dell’Ulss 4 Veneto Orientale. «Questo è il momento – ha precisato – di fare un passo in avanti anche sul fronte normativo dato che la legge Gelli ha lasciato alcune aree scoperte. Un intervento serve per dare ulteriori elementi di tutela nella direzione della sicurezza in cui poter lavorare oggi nelle nostre aziende».

Questione medica: la lectio magistralis del presidente Anelli
Riproponendo i dati dell’indagine sulla condizione dei medici condotta per la FNOMCeO dall’Istituto Piepoli e presentata alla prima conferenza nazionale che si è svolta a Roma nell’aprile scorso, il presidente della Federazione degli Ordini Filippo Anelli ha dedicato alla questione medica la sua lectio magistralis.
Dopo aver ricordato le tante difficoltà, qualcuna risolta, vissute durante gli anni del Covid, i tanti interventi, anche a carattere normativo, sostenuti dalla FNOMCeO e i numerosi incontri di carattere istituzionale, due gli ambiti di azione che il presidente Anelli ha individuato come necessari per il cambiamento della professione: restituire al medico e all’odontoiatra un ruolo sociale oltre che sanitario e riorganizzare il sistema in modo che i diritti dei lavoratori – «sacrosanti», li ha definiti – vengano rispettati.
«Qual è il ruolo – si è chiesto Anelli – che il medico ha oggi in una società evoluta? Cancellata la funzione paternalistica di 50-60 anni fa, non abbiamo ancora ben individuato quale sia il nostro ruolo. E qui nasce una crisi di fondo su come siamo vissuti dalla gente. Durante la pandemia i cittadini hanno percepito il ruolo sociale dei medici nel difendere la salute di tutti anche a costo della loro vita. Oggi serve una legge che definisca bene cos’è un medico, cos’è un atto medico, che renda specifici solo alcuni passaggi, la diagnosi e la terapia. Oggi dobbiamo sottolineare che il medico è colui che prende in cura il malato».
Oltre alla legge, allora, per ridefinire il ruolo del medico è fondamentale il tempo di comunicazione che, come dice la legge 219 del 2017, è tempo di cura. «Questo significa risorse – ha aggiunto – significa dare spazio alla professione, dare valore alla sfera sociale. Serve un cambio di passo, una strategia completamente diversa».
Altro aspetto su cui intervenire con urgenza, l’organizzazione del sistema sanitario e del lavoro con le ricadute drammatiche, ormai sotto gli occhi di tutti, sulle carenze di organico. «Siamo pochi – ha sottolineato la guida della FNOMCeO – sia negli ospedali sia sul territorio. Abbiamo vincolato la programmazione alla risorse: quanti medici ci servono? Tanti quanti sono i soldi a disposizione. Non funziona così: ci servono tot medici e allora le risorse le troviamo».
I medici, insomma, non possono prendersi sulle spalle tutti i pesi della sanità: secondo i dati dell’Istituto Piepoli, sono oggi circa 15mila i colleghi ammalati di born out, la prevalenza di questa sindrome è del 20-25%. E poi ancora le ore di straordinario fatte e non pagate, il tempo per la famiglia che manca, le discriminazioni di genere nei reparti con gli stati di gravidanza che non vengono garantiti, il rinnovo dei contratti fermi al 2019.
«I diritti sono sacrosanti – ha sentenziato Anelli – e vanno tutelati: è una questione di dignità del lavoro sia a livello organizzativo sia sul fronte delle retribuzioni. Se non risolviamo il problema della dignità del lavoro e degli stipendi, i medici per forza continueranno a scappare».
Prima di concludere, anche una riflessione sul PNRR, le risorse, fino a 15 miliardi di euro, che saranno iniettate per riformare la sanità. «Bene – ha concluso il presidente FNOMCeO – l’innovazione tecnologica e la sicurezza delle strutture, ma nelle case di comunità chi ci mettiamo dentro? Bisogna investire sui professionisti: la sanità non si fa solo con le mura. Solo così si potrà avere una sanità efficiente. E ricordiamo che senza il medico questa società sarebbe più povera e meno in salute».

Prima sessione: i doveri ineludibili
Gli aspetti più importanti della responsabilità legale del medico e dell’odontoiatra sono stati i temi al centro della prima sessione del convegno, dedicata ai doveri ineludibili e moderata da Fabio Graceffa e Roberto Merenda, rispettivamente direttore medico e direttore del dipartimento di Chirurgia dell’Ospedale Civile di Venezia.
Primo step, l’approfondimento sullo stato dell’arte della responsabilità medica presentato dal magistrato Adelchi D’Ippolito, già procuratore vicario della Repubblica di Venezia e grande amico dell’Ordine lagunare. «Dobbiamo sempre ricordare – ha sottolineato – che il medico cura il malato e non la malattia, deve prendersi cura delle ansie del paziente, delle sue angosce, delle sue paure perché il paziente ha paura».
Tra i temi affrontati al magistrato la rassegna delle leggi che hanno regolato la responsabilità professionale, l’equilibrio da realizzare, imprescindibile, tra garanzie del paziente e serenità del medico, il concetto di “colpa lieve” di difficile declinazione, i profili di imperizia, il ruolo nell’atto medico giocato dalle linee guida e dalle buone pratiche, l’importanza di un consenso informato che sia sempre attuale, i requisiti fondamentali dei CTU (Consulenti Tecnici d’Ufficio) nei procedimenti giudiziari contro i camici bianchi, l’umanizzazione delle cure.
«Il medico – ha concluso D’Ippolito – non deve aver paura dello svolazzare delle toghe. La collettività ha diritto di avere un medico sereno. La strada per una buona legge sulla responsabilità professionale passa attraverso un rapporto diverso tra medico e paziente, un rapporto che oggi è totalmente sbilanciato dalla parte della volontà del paziente. Il medico, allora, deve saper creare un rapporto di empatia, perché anche così si abbattono le percentuali dei contenziosi sollevati dai cittadini. Il dovere di un medico è quello di provare sempre a dare una qualche speranza».

Ai docenti dell’Università La Sapienza di Roma Vittorio Fineschi e Paola Frati – rispettivamente professore di Medicina Legale e Direttore dell’Unità Complessa di Medicina Legale del Policlinico di Roma l’uno e di Scienze anatomiche, istologiche, medico legali e dell’apparato locomotore l’altra – il compito di approfondire la legge Gelli, la 24 del 2017, le norme in materia di consenso informato e la declinazione della relazione di cura.
Il professor Fineschi si è soffermato sui primi 4 articoli della norma definiti «la vera novità e bontà del provvedimento», quelli che pongono l’attenzione sulla prevenzione del rischio clinico, sottolineando come «eventi avversi e contenzioso viaggino sullo stesso binario. Questi articoli sono interamente dedicati a valorizzare i sistemi di gestione integrata del rischio applicati in concreto».
Ha analizzato poi il bisogno di sostenibilità dei sistemi, il decreto attuativo e i requisiti minimi di garanzia delle polizze assicurative e i possibili scenari futuri, soffermandosi sul concetto di colpa grave – «difficile da individuare», ha detto – sulla sicurezza delle cure, sugli aspetti di natura civile, sul concetto di imperizia, sul ruolo fondamentale delle linee guida e delle buone pratiche, sulla diffusione delle polizze assicurative e sui requisiti dei consulenti.
Partendo dai concetti «è impossibile curare senza assistere» e «il tempo di comunicazione è già tempo di cura», la professoressa Frati si è occupata, invece, del consenso informato con focus specifici sul rinnovato contesto in cui è stata promossa la legge 219 del 2017, sulla relazione di cura e sulla possibile revisione – già in atto in realtà dalla FNOMCeO – del codice deontologico.
Tra i principi posti in primo piano dal provvedimento l’autodeterminazione del paziente, da una parte, e la competenza, l’autonomia e la responsabilità del medico dall’altra. «Il consenso informato – ha concluso la professoressa – non si prefigura, insomma, solo come principio giuridico, ma anche come condizione umana valoriale che trova il suo centro nel dialogo tra camice bianco e paziente e si concretizza nella pianificazione condivisa delle cure, un’espressione altissima di umanizzazione dell’assistenza. Tutti aspetti, comunque, già evidenziati dal codice deontologico che regola la professione».

A chiudere la sessione dedicata ai doveri è stato chiamato l’avvocato padovano Fabrizio Scagliotti, legale amministrativista e del lavoro, che, in materia di responsabilità, ha approfondito il tema del patrocinio legale dell’ente, passando in rassegna i fondamenti normativi – a partire dal decreto regio 1611 del 1933 – gli oneri di difesa e il rimborso delle spese legali sostenute dal dipendente.
L’avvocato ha poi messo a confronto le norme contenute nei diversi contratti collettivi di lavoro e approfondito il tema della clausola di gradimento, definendola problematica e chiedendosi in quali casi sia da considerare legittima. «Se sussiste un conflitto di interessi – ha sottolineato l’avvocato Scagliotti – la ratio della norma viene meno e dunque verrebbe meno anche la necessità di avere il gradimento dell’amministrazione, sicché la norma contrattuale pare illegittima. In ogni caso, comunque, essendo l’assistenza legale o il rimborso delle spese un obbligo contrattuale, l’amministrazione dovrà giustificare il suo diniego di gradimento secondo criteri di correttezza e buona fede».

Seconda sessione: i diritti negati
Tutta dedicata ai diritti negati e alle condizioni di lavoro ormai divenute insostenibili per i professionisti la seconda sessione del convegno, moderata da Giuliano Nicolin, presidente della CAO lagunare e da Andrea Bonanome, direttore del dipartimento di Medicina dell’Ospedale di Venezia.
Due i dossier presentati ai partecipanti, uno realizzato da Anaao-Assomed nell’aprile di quest’anno, lo studio La grande fuga dagli ospedali del Servizio Sanitario Nazionale, e uno dalla Federazione Cimo-Fesmed, dal titolo Medici senza futuro. Un futuro senza medici.

«La grande fuga dagli ospedali – ha spiegato Adriano Benazzato, segretario per il Veneto di Anaao-Assomed – è un fenomeno che si è reso evidente, come emergenza, di recente. In realtà, però, i segnali c’erano anche negli anni precedenti, fin dal 2017, ma non erano stati fotografati». A preoccupare soprattutto l’incremento da 2000 a 3000 tra il 2020 e il 2021 dei licenziamenti (database Onaosi) che hanno diverse origini:

  • il burnout;
  • la ricerca di un posto che preservi il proprio benessere;
  • la possibilità di gestire le giornate di lavoro difendendo il work-life balance;
  • la mancata applicazione o l’assenza di rinnovo dei contratti collettivi nazionali;
  • l’aumento dei turni di servizio e dei carichi di lavoro;
  • la difficoltà nel godere le ferie maturate;
  • gli straordinari non retribuiti;
  • le ridotte prospettive di carriera;
  • non ultimo, l’aumento delle aggressioni sia fisiche sia verbali e dei contenziosi.

«Raramente – ha detto Benazzato – la motivazione è economica».
Chi si licenzia dagli ospedali, insomma, è alla ricerca di una migliore qualità della vita personale e professionale, con orari più flessibili, più autonomia, meno burocrazia, più tempo da dedicare ai pazienti e anche alla propria vita privata. Tutte cose che trovano nel privato, «che diventa sempre più attrattivo – aggiunge il segretario veneto – perché meno stressante e con retribuzioni più alte».
Le prospettive per l’immediato futuro non sono affatto rosee: «Entro 2 anni – ha concluso Benezzato – tra pensionamenti e dimissioni volontarie perderemo 40mila specialisti. Se non si interviene con immediatezza, il progressivo declino della sanità universalistica, per come la conosciamo, sarà inevitabile».
C’è, però, secondo il sindacato, qualcosa che si può fare nell’immediato: procedere alla rapida stabilizzazione di tutto il precariato (9.400 unità), contrattualizzare gli specializzandi degli ultimi anni di specializzazione (15.000 unità), un cambiamento radicale nella formazione post-laurea e recuperare il ruolo professionalizzante degli ospedali.

Un sondaggio sull’esperienza di lavoro negli ospedali, diffuso tra più di 4.200 colleghi, invece, alla base dell’indagine condotta dalla Federazione Cimo-Fesmed e presentata al convegno dal presidente nazionale Guido Quici. Tra le cifre fornite spiccano:

  • • i dati sugli stipendi medi, i più bassi d’Europa (70.823 euro);
  • il 75% delle donne medico che non viene sostituito in gravidanza;
  • l’80% dei giovani appena assunti che ha alte prospettive di carriera e qualità di vita «prospettive che poi crollano – ha sottolineato Quici – perché subentra la delusione, viva nei medici più esperti che si accorgono di essere entrati in ospedale con un livello e che andranno in pensione sempre con quello»;
  • la qualità del lavoro giudicata pessima e insoddisfacente dal 40% dei professionisti in attività da più di 15 anni;
  • il 53% degli intervistati che lavora fino a 48 ore la settimana;
  • il 43% dei professionisti che conta più di 50 giorni di ferie non godute e il 18% che arriva addirittura a 100 giorni;
  • il 56% del tempo dedicato agli aspetti burocratici e solo il 22% agli atti medici e il 17% all’ascolto del paziente.

Quali, allora, le soluzioni possibili? «Aumentare le risorse – ha concluso Guido Quici – assumere medici, sbloccare le carriere, pretendere contratti esigibili, tutelare i professionisti e liberare la professione. In queste condizioni i medici non hanno futuro, ma la sanità non avrà un futuro senza i medici».

Dare spazio e voce a tutte le diverse anime della professione sul territorio e in ospedale, l’obiettivo invece dell’ultima parte del convegno, la tavola rotonda moderata dalla giornalista dell’Ordine Chiara Semenzato, per far emergere le criticità di ogni comparto e i loro possibili impatti sui pazienti in termini di qualità dei servizi. E a cui hanno partecipato:

  • Paolo Sarasin, FIMMG Venezia;
  • Pio Attanasi, segretario nazionale organizzativo settore convenzioni SUMAI;
  • Mattia Doria, segretario provinciale FIMP Venezia;
  • Filippo Stefani, presidente di ANDI Venezia e vicepresidente ANDI Veneto
  • Paolo Sartori, presidente nazionale SNR – Sindacato Nazionale area radiologica e direttore della Radiologia dell’Ospedale Civile di Venezia (FASSID)
  • Massimiliano Dalsasso, presidente AAROI-EMAC Veneto
  • Flora Alborino, presidente ANPO ASCOTI Veneto
  • Paolo Camerotto, Presidente FVM Veneto

L’ormai cronica carenza di personale, una visione troppo ospedalocentrica della sanità e la conseguente scarsa importanza riservata al territorio, la necessità di lavorare in équipe e di avere personale di supporto, il bisogno di essere più coinvolti nei tavoli decisionali e nella governance, una formazione da ripensare, una maggiore appetibilità, anche dal punto di vista economico, delle specialità e una riduzione drastica delle incombenze burocratiche i temi trasversali alle diverse categorie:

  • «Basta con la favoletta del medico di famiglia che lavora 3 ore al giorno. La medicina generale va riorganizzata: ci sono ancora troppi colleghi che lavorano da soli» (Sarasin)
  • «Stiamo attenti al futuro: non si può parlare solo di strutture e tecnologie» (Attanasi)
  • «In medicina non tutto è risolvibile con uno schiocco di dita. È importante che noi pediatri veniamo coinvolti nelle strategie assistenziali definite dai percorsi nazionale e regionali e che queste vengano tagliate sulla figura del bambino. Non sempre questo succede, come per i percorsi Covid che abbiamo dovuto adattare noi» (Doria)
  • «In odontoiatria subiamo l’assalto delle società di capitali, ma il loro fine ultimo è il fatturato, non la salute dei cittadini» (Stefani)
  • «La nostra è una disciplina ancillare, ma l’esame non lo fa la macchina, lo fa il medico. In realtà facciamo tantissimo, forse troppo» (Sartori)
  • «Non è solo questione di denari, è questione soprattutto di dignità professionale. Il nostro lavoro viene svilito, la sanità ormai è solo una questione di numeri» (Dalsasso)
  • «Manca l’incentivo alla progressione di carriera. Ai giovani mancano gli stimoli e si prospetta loro solo il sacrificio» (Alborino)
  • «Soffriamo la carenza di personale da 10 anni e il Covid ha deviato una parte dei veterinari medici a dare una mano alla sanità pubblica» (Camerotto).

Conclusioni
«Secondo i dati dell’Istituto Piepoli – ha sottolineato Roberto Monaco, segretario della FNOMCeO tirando le fila alla fine della mattinata di lavori – il 31% dei nostri giovani andrebbe in pensione oggi. Questo vuol dire che manca la speranza per il futuro della nostra sanità e noi non possiamo permettere che i nostri giovani perdano la speranza».
Per riformare la sanità, insomma, si deve partire dal ruolo del medico, che non dovrà essere un burocrate o un notaio, che dovrà essere formato in modo diverso – cosa su cui la Federazione nazionale si sta già impegnando con la riforma degli ECM – che dovrà dedicare più spazio alla comunicazione e all’attenzione della persona.
«La sanità – ha detto ancora Monaco – è troppo centrata sull’ospedale, serve una svolta sul territorio. Si parla di integrazione ospedale-territorio, io preferisco chiamarla continuità. La sanità deve essere fatta intorno al malato, intorno al cittadino. Il camice è uguale per tutti: questo dobbiamo dire alla politica».

«Stiamo lavorando con il supporto degli Ordini di Venezia, Treviso e Padova – le conclusioni tirate da Enrico Pedoja, della Società Medico legale Triveneta, Segretario Nazionale SISMLA – per perfezionare l’albo dei Consulenti Tecnici d’Ufficio. Ce ne sono ancora troppo pochi. I presupposti sono qualifica ed esperienza dello specialista della materia, che parte dalla conoscenza pratica derivata dalla sua carriera professionale. Il medico vuole essere giudicato da un suo pari e non da un collega a caso».

«Questo convegno – la riflessione finale del presidente Giovanni Leoni, salutando e ringraziando tutti i partecipanti e i relatori – ha portato in luce una profonda contraddizione della nostra professione: da un lato le regole che vengono sistematicamente aggiornate e contraddistinguono il rapporto tra il medico e il cittadino, dall’altra i diritti dei lavoratori che sono molto banali (il diritto al riposo, a una gravidanza sostituita, alle ferie) ma per nulla scontati. È assolutamente necessaria una drastica inversione di tendenza e bisogna considerare chiusa la stagione dei tagli in sanità». Perché le risorse utilizzate nel sistema sanitario nazionale non devono più essere considerate un peso, ma un investimento per la salute di tutti i cittadini.

Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Venezia