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La carenza di organi che porta a cercare soluzioni sempre nuove per il trapianto di cuore, considerato la migliore risposta terapeutica allo scompenso cardiaco. E la fibrillazione atriale da considerare l’epidemia del nuovo millennio. Sono i temi approfonditi martedì 31 maggio 2022 nel webinar Attualità in patologia cardiaca, organizzato dall’OMCeO veneziano sotto la guida scientifica del presidente e vice nazionale Giovanni Leoni.
«La cardiologia – ha sottolineato il dottor Leoni salutando i partecipanti e presentando i relatori – è la disciplina medica che forse ha avuto l’evoluzione più incredibile. Se c’è un momento di grandezza del chirurgo è proprio quando è in difficoltà e riesce a superare il fallimento, caricandosi sulle spalle una grande responsabilità».

La serata è stata aperta da Gino Gerosa, professore ordinario di Chirurgia Cardiaca e direttore dell’Unità Complessa di Cardiochirurgia, Trapianti di cuore e Assistenze meccaniche all’Università di Padova, che ha analizzato i temi dello scompenso cardiaco cronico e del cuore artificiale, attraversando rapidamente la storia della disciplina: dal primo trapianto di cuore, realizzato nel 1967 da Christiaan Barnard a Cape Town in Sudafrica, alla mortalità del paziente che restava comunque elevata; dall’introduzione della ciclosporina nei primi anni Ottanta, che cambia totalmente lo scenario modificando la sopravvivenza del paziente, ai ritardi dell’Italia, con il primo trapianto che arriva solo nel 1985 e viene realizzato da Vincenzo Gallucci proprio a Padova.
«Il trapianto – ha sottolineato il professor Gerosa – è la migliore risposta terapeutica allo scompenso cardiaco: garantisce un’eccellente qualità di vita almeno nella prima decade. I trapianti, però, sono sempre meno perché ci sono pochi cuori disponibili». La morte cerebrale post traumatica, infatti, si è fortunatamente quasi azzerata. Le morti cerebrali che si osservano oggi non sono conseguenti a trauma, «ma – ha proseguito – a emorragie o ischemie cerebrali, legate a fattori di rischio come il diabete o l’ipertensione che impattano negativamente il cuore. Anche il profilo clinico del donatore si è modificato e la sua età media è superiore ai 55 anni».
Il professor Gerosa ha quindi approfondito le caratteristiche dello scompenso cardiaco, definendolo uno Giano bifronte e distinguendo tra un’insufficienza cardiaca acuta e una cronica, l’utilizzo e il funzionamento dell’ECMO, la circolazione extracorporea – «che è un ponte alla vita, una chance per il paziente di sopravvivere» ha detto – i benefici che può portare, in particolare sui pazienti con insufficienza acuta (il recupero della funzione contrattile, l’aumento del flusso agli organi...), e le sue possibili complicazioni, dagli eventi tromboembolici alle infezioni.
Nella seconda parte del suo intervento il professor Gerosa ha parlato, invece, di cuore artificiale, mostrando le immagini del primo impiantato a Padova nel 2007, passando in rassegna i supporti al momento disponibili, soffermandosi sulle ricadute psicologiche dei pazienti, illustrando i dati da record dei trapianti a Padova – al primo posto in Italia con 286 interventi realizzati nella decade 2011-2020 – e le tecniche su cui si stanno applicando i ricercatori.
«Anche il cuore artificiale – ha spiegato – è un ponte al trapianto cardiaco perché la qualità di vita che fornisce è pessima. La carenza di organi ci ha portato a estendere i criteri di utilizzo dei donatori, sia sul fronte dell’età, ad esempio, sia sul fronte dei tempi di ischemia. Ma sono cambiati anche i riceventi, che spesso superano i 70 anni di età. Questo perché il nostro cuore ha circa 15 anni in meno della nostra età reale: quindi possiamo usarlo anche da donatori sopra i 60 anni per riceventi che, altrimenti, non verrebbero mai trapiantati».

Protagonista della seconda parte della serata è stato, invece, il dottor Sakis Themistoclakis, direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia – UTIC – Elettrofisiologia ed Elettrostimolazione dell’Ospedale dell’Angelo (Ulss 3 Serenissima), che ha proposto uno stato dell’arte in tema di fibrillazione atriale, definendola «l’epidemia del terzo millennio». Ha infatti una prevalenza tra l’1 e il 2,5%, è una patologia che tende a crescere con l’età, colpisce più gli uomini che le donne e un soggetto su 4 tra chi ha più di 40 anni può esserne colpito.
Il dottor Themistoclakis ha poi approfondito i fattori di rischio che possono portare alla patologia – le cardiopatie, ad esempio, le sindromi coronariche, l’ipertensione, il diabete, l’insufficienza renale, ma anche le apnee notturne ostruttive – e gli stili di vita sbagliati, dal consumo di alcol alla ridotta attività fisica, dal fumo all’obesità. «Correggere questi fattori – ha sottolineato – rientra nei trattamenti richiesti per la fibrillazione atriale».
Tra le conseguenze della diffusione di questa patologia: l’aumento della mortalità per stroke e scompenso cardiaco, un maggior rischio di sviluppare la demenza, un impatto importante sulla qualità della vita così come sul tasso di ospedalizzazione.
Tra i temi approfonditi dal relatore, dunque, anche l’associazione tra fibrillazione atriale e deficit cognitivo, i farmaci per la prevenzione del rischio stroke, la gestione del controllo del ritmo, soprattutto in pazienti con profili di rischio più elevati – «in questi casi una strategia di controllo del ritmo è efficace» ha sottolineato – e il controllo della frequenza.
Ampio spazio anche all’ablazione transcatetere, una procedura mini-invasiva con cui il medico introduce un sottile tubicino flessibile (catetere) nei vasi sanguigni e lo manovra fino a raggiungere il cuore, annullando (“ablando”) i percorsi elettrici anomali presenti nei tessuti cardiaci. «Dopo il fallimento del farmaco antiaritmico – ha spiegato il dottor Themistoclakis mostrando un video della procedura e illustrando anche le possibili complicanze– l’ablazione è diventata la prima indicazione fornita dalle linee guida».
Uno sguardo anche al futuro per il contrasto alla fibrillazione atriale con la possibilità di arrivare a una chiusura percutanea dell’auricola sinistra, per i pazienti che hanno controindicazioni a trattamenti anticoagulanti a lungo termine, e con la tecnologia pulsed field ablation. «Il cambiamento – ha concluso il relatore – sarà sull’energia che andremo a utilizzare: useremo uno shock elettrico che però non dà un effetto termico, non crea un danno termico. Questo meccanismo avrà un effetto solo sulle cellule miocardiche, mentre risparmierà le altre strutture vicine».

Una serata importante insomma, quella organizzata dall’Ordine, per capire quanto per certe discipline e certe patologie, come lo scompenso cardiaco e la fibrillazione atriale, siano fondamentali la ricerca e l’innovazione tecnologica. «Bene gli aiuti che arrivano dalla tecnologia – ha concluso il presidente Giovanni Leoni – ma la cosa più importante sono quelle persone, come i nostri due relatori, che scelgono di fare le cose difficili. È di loro che c’è più bisogno».

Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Venezia