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Tra cura e tecnica era il tema scelto per l'ultimo ciclo di serate filosofiche dell'Ordine, organizzato nel 2022 dalla Fondazione Ars Medica. In vista dei nuovi appuntamenti di settembre, riproponiamo qui le riflessioni di Gabriele Gasparini, presidente della Fondazione.

Fra cura e Tecnica. Il medico e la realtà che trasforma la società, il contenitore dell’esistenza umana

Fra il 22 febbraio e il 5 aprile si sono tenute on line le serate filosofiche 2022 dell’Ordine e della Fondazione Ars Medica con una folta partecipazione di medici e odontoiatri e con quella, oltre che del filosofo professor Luigi Vero Tarca e del dottor Marco Ballico, di molti amici come il professor Paolo Puppa, drammaturgo, scrittore e regista, il professor Antonio Orlacchio, radiologo, l’avvocato Giovanni Pasceri,  esperto di intelligenza artificiale, il ginecologo Francesco Passarella e il nostro vicepresidente Maurizio Scassola.
Le quattro serate sono state questa volta scandite e sostenute da quattro verbi: rappresentare, riprodurre, ordinare e sostenere. Ecco a voi alcune riflessioni che possono stimolare il pensiero e aiutarci in questa realtà sempre più distopica.

INCIPIT

La pandemia ha determinato una crisi. Ha accelerato la modificazione di molte realtà umane, fungendo da catalizzatore, e ha agito su un terreno già estremamente incline al cambiamento. Per difendersi l’arma scelta è stata la tecnica, abbiamo assistito alla sua evoluzione e siamo stati protagonisti della sua capillarizzazione. Questa pandemia passerà, ma ciò che ha determinato rimarrà con noi e continuerà a cambiare le nostre vite per molto tempo. Oggi più che nei decenni scorsi i cambiamenti suscitano per le generazioni più vecchie il rimpianto di un passato diverso e hanno il volto di una nuova e ulteriore ma preoccupante scommessa per le generazioni più giovani. Non una novità, ma una dualità intervallata da gradazioni intermedie conviventi sotto lo stesso cielo, ma che oggi potrebbe avere declinazioni originali, questo ovviamente non solo in riferimento alle pandemie, eventi ciclici e, in questo periodo storico, sembra, più facilmente realizzabili. È possibile unire le peculiarità delle diverse generazioni per trarre un vantaggio come specie dalla realtà attuale? E ancora: è questo il problema principale o è solo un epifenomeno di altro?

Crediamo che uno dei temi più potenti che abbia stimolato nell'Uomo la voglia e il bisogno di utilizzare strumenti e di fatto adottare un pensiero tecnico sia la Paura. La Paura è probabilmente il primo sentimento che razionalizza forse un'emozione primordiale legata alla perdita della propria vita legata alla sofferenza. La coscienza del dolore probabilmente ha segnato una strada dove la necessità della Cura ha spalancato le porte a un ruolo sconosciuto prima: il medico. Quindi Paura e Cura sono elementi essenziali della professione.
Un altro comportamento messo in campo più in ambito antropologico per trovare un giusto posto alla Paura è la sua esorcizzazione: quel complesso insieme di atti e riti che cercano di superare e tenere lontana la Paura, perché consapevolmente si sa che sarà impossibile rimuoverla definitivamente. La rappresentazione della realtà è il modo più efficace, oltre a quello religioso, per questo determinante compito. Il medico sembra aver assunto questa funzione: sacerdote sapiente che ha il potere sulla vita.
Il passo successivo ed inevitabile è l'assunzione, prima al suo servizio e poi, probabilmente, al contrario, della Tecnica, offerta generosamente dalla Scienza, nuova forma di Religione. Nella Pandemia si sentiva spesso "Credo nella Scienza" non "Ho fiducia nella scienza" e molte reazioni, secondo, noi si ascrivono proprio ad un pensiero irrazionale di conversione o avversione, non di assunzione di rischio per il superamento della crisi.
A questo aggiungiamo il timore che la specie umana possa essere vittima di una trappola evolutiva. La nostra specie ha sviluppato un habitat attraente e vantaggioso che è stato reso possibile in buona parte attraverso l’utilizzo della tecnica. Habitat che si potrebbe rilevare di scarsa qualità e trasformarsi in un vicolo cieco evolutivo anche perché la nostra azione sta cambiando velocemente le condizioni di vita nel pianeta. Questa velocità non lascia il tempo a piante, animali, ecosistemi di recuperare. Questo è un problema per loro e per noi perché da questi ecosistemi dipendono condizioni fondamentali per la nostra vita.
Gli scienziati cercano elementi per evidenziare la prova stratigrafica in modo da stabilire se veramente siamo in una nuova era, l’Antropocene. La Grande Accelerazione tecnologica, economica e demografica iniziata dopo la Seconda guerra mondiale fino a ora non si è più fermata e potrebbe essere l’inizio di questa era. Lo strato geologico corrispondente potrebbe essere costituito da tecnofossili, elementi ben individuabili rispetto alle altre stratificazioni della crosta terreste e costituiti principalmente da cemento, metalli e plastiche derivati da manufatti umani. In aggiunta negli ultimi anni traspare più netta la pulsione a colonizzare corpi celesti a noi relativamente vicini, ma dalle condizioni ambientali drammaticamente inadatte alla vita della specie umana, piuttosto che arrestare un impiego della tecnica evidentemente problematico per il pianeta Terra. Pianeta non unico, ma fra i pochi che permette molteplici habitat spontaneamente presenti e dalla biodiversità sorprendente. Habitat e condizioni chimico-fisiche molto diversi dalle realtà artificiali costruibili dall’uomo. La specie umana da sempre tende all’esplorazione, è solo da questo che origina questa pulsione?

RAPPRESENTARE 

Essendo il medico immerso nella società e componente di essa come individuo, in un mondo globalizzato non possiamo che partire nella nostra discussione da premesse comuni individuando almeno alcuni fattori, più vicini a noi, che con un'inarrestabile forza d’inerzia segnano la superficie terrestre. Il Novecento è stato un secolo caratterizzato da guerre e ideologie con la conquista del mondo da parte dell’Occidente. Questo ha determinato: morti; una maggiore ricchezza con incremento della popolazione umana mondiale e l’inquinamento del pianeta, fattore questo praticamente quasi sconosciuto nei secoli precedenti. Come conseguenza il XXI secolo è iniziato con varie caratteristiche: la globalizzazione di genti e stili di vita; l’avvento sempre più profondo della tecnica nelle nostre esistenze e la presenza di nuove epidemie/pandemie che si aggiungono ad altre malattie, non solo fisiche e solo in parte sconfitte, dei secoli scorsi. Come sempre, ancora, la società umana è modellata da armi, acciaio e malattie. A ciò si è aggiunta la relativamente più facile possibilità dei popoli di spostarsi, migrare per vivere meglio (o vivere e basta), fattore che alimenta ulteriormente la globalizzazione.

Una pandemia ci insegna che dall’infezione di una singola persona (da una singolarità) può scaturire un evento su scala planetaria e che a determinare ciò è un frammento di un codice (l’mRNA virale, altra singolarità) meno che infinitamente piccolo ai nostri occhi, codice che usa un altro codice per agire, il nostro DNA. Tutte queste componenti miscelate fra loro generano vita, esperienze, manufatti, rapporti e relazioni, ma anche, ovviamente, nuovi problemi che si aggiungono ai vecchi.
L’uomo, forse, all’inizio dei nostri tempi non aveva un nome, forse si rappresentava o rappresentava i suoi simili e sé stesso solo con delle immagini. Gettava terra colorata sul dorso della sua mano appoggiata a palmo sulla parete di una caverna per lasciare la sua impronta. Impronta che non era quella del suo piede sulla superficie morbida del pianeta, come fanno tutte le specie viventi, ma era una rappresentazione di sé. Ad un certo punto però è sorta l’esigenza di dare un nome alle persone e alle cose, di identificarle. Probabilmente il nome scelto le rappresentava per quello che gli uomini percepivano come loro caratterizzazione. La possibilità di essere più forti e nutriti si accompagnò a un ulteriore sviluppo della società umana, ciò determinò la necessità di identificare le persone con più nomi, indicando la famiglia o il luogo da cui provenivano (come per gli antichi romani) o il lavoro che svolgevano. Nomi pronunciati o scritti, nelle parole e nei documenti, nomi che identificavano la persona. Determinavano un’identità, parola uguale nella sua eccezione singolare e plurale.
Fino a ieri avevamo in tasca la nostra carta d’identità. Identità cartacea caratterizzata da nomi, immagini e dati. Oggi è sostituita da una tessera plastificata elettronica. Tessera tecnologica già in breve volgere affiancata, almeno per ora solo affiancata e non sostituita, da un’altra identità, un’identità digitale che non è visibile nella nostra dimensione fisica, materiale, che vive nel cloud e per poterla vedere, utilizzare, necessitiamo di un’apparecchiatura tecnologica.
Oggi abbiamo più forme che rappresentano la nostra identità anche se siamo (o crediamo di essere) sempre solo noi. La tecnica ha reso possibile e ci ha portato verso un altro sdoppiamento della nostra identità, in una sua ulteriore dualità che si “materializza” o meglio “caratterizza” in un qualcosa che è sempre meno reale e sempre più virtuale. Sdoppiamenti e moltiplicazioni in identità che fanno diventare la società abitata da persone con identità meno precise, definite e multiple. Un’identità digitale, questa, sempre più preferita dalle persone e, spesso, in modo inversamente proporzionale alla loro età. Persone che oggi necessitano di un avatar per vivere e che iniziano a sperimentare una vita sempre meno reale con relazioni sempre più problematiche, affiancata da una vita virtuale tendente alla perfezione edonistica. Persone il cui sesso, maschile o femminile, perde di forza in questa nuova identità virtuale, persone di una società che va verso la neutralità di genere.
Questa identità digitale con l’avvento della pandemia in pochi mesi è diventata la nostra identità principale e sembra che, per salvaguardarsi dal contatto con i propri simili, sia l’identità sempre di più preferita dalla comunità. Questo persiste anche se a volte riceviamo dei colpi che ci fanno dubitare e anche se sappiamo che poi, dopo un attimo di smarrimento, sceglieremo di proseguire ulteriormente su questa strada facendocene una ragione, sapendo che è la via attuale per la salvaguardia della nostra vita e della vita della nostra specie.
Alcuni esempi forse comuni? Vai in banca per pagare un avviso e gentilmente l’impiegato da dietro uno spesso vetro ti dice semplicemente che no, non lo puoi fare lì. Ti guardi intorno con fare dubitativo e pensi che sei nella tua banca (reale) e hai di fronte a te un cassiere (reale). Ma in questo momento (reale) e in questo luogo (reale) se vuoi pagare e se hai le banconote (reali) in mano, non lo puoi fare. Da oggi non è più possibile, devi collegarti usando il pc o lo smartphone attraverso un’app e la tua identità digitale. Io e il bancario, che pochi millenni fa sancivamo la nostra identità lasciando l’impronta della nostra mano sulla parete di una caverna, gettandoci sopra della terra colorata, oggi siamo distanti e parecchio inutili l’uno per l’altro. Il cassiere in quel momento mi da un’indicazione di dove posso ritrovare la mia identità, un consiglio che indirizza verso una soluzione tecnica, un consiglio forse prima di sparire.
La transizione è virtuale, così come il denaro, così come il lavoro che ha generato la ricchezza. Lo smart working si è introdotto prepotentemente nella nostra società, stravolgendo i canoni classici del rapporto lavorativo, compreso quello del medico sempre più dipendente dai devices.
Vai per strada e ti puoi muovere libero perché hai una certificazione verde rafforzata. Hai un po' di febbre e raffreddore, fai un tampone e ti scopri positivo agli antigeni virali. Il tuo telefono, il tuo robot smart, riceve una mail con il risultato del laboratorio, un algoritmo lo espande in rete e dopo poco, mentre sei seduto preoccupato sul divano di casa tua e pensi di ringraziare di avere solo un accenno di malattia (verosimilmente grazie alla vaccinazione), ricevi un sms, un messaggio che anche il robot cellulare più vecchio e più semplice da usare può ricevere e decodificare per te. Lo ricevi addirittura dal Ministero della Salute, ti senti importante. Un messaggio che dice che le prime sei lettere del tuo codice fiscale avranno una sospensione della carta verde perché sei positivo al virus. Un’altra identità diversa, ma adesso non hai neanche un nome, hai un frammento di codice. Ma pensi e capisci che è tutto a fin di bene. La tecnica ha sostituito la tua identità in uno strano gioco.
Ma avere più identità diverse non è un segno di psicosi? Una società può virare verso una specie di forma di psicosi generalizzata?

RIPRODURRE

Spesso le identità anche si fondono e da questo scaturisce il miracolo della vita. Diventare genitori è l'esperienza tra le più intense che una persona possa vivere. Passare dall'individuo alla coppia e generare un figlio è trasformativo.
L’atto della procreazione trasmette la tua identità a un’altra persona e crea una nuova identità, un’identità a tutto tondo che si sviluppa attraverso l’educazione e la crescita in un contesto famigliare e sociale. Procreare è un atto esclusivo e naturale, tuo e del tuo partner, unisce in modo profondo due identità diverse dando origine prima a una vita e poi a un’identità. Procreare fa parte della nostra natura e permette alla specie e alla società di perpetuarsi, di esistere.
Nel mondo Occidentale le coppie infertili sono superiori al 15% e i bambini nati con tecniche di PMA sono quasi il 5%, in costante aumento negli ultimi anni. Certamente siamo di fronte a un beneficio per molte persone che un tempo avrebbero dovuto fare tutta la vita i conti con la propria impossibilità a generare, ma, senza affrontare la questione in termini solo etici, non possiamo non tenere conto che la Tecnica è intervenuta pesantemente sulla Natura offrendo al medico strumenti che gli consentono di sostituirsi di fatto al destino degli uomini.
Molti diventeranno felici genitori bypassando gli archetipi della Natura. Nella Storia dell'Umanità tutto ciò che riguarda la Vita sta diventando l'amplificazione del diritto del singolo. Se per la continuazione della Stirpe le decisioni e i destini venivano decisi dalle tribù e dai suoi capi, poi dalla famiglia, ora la formazione della coppia è esclusivamente un fatto individuale dove gli aspetti romantici soprassiedono su tutto. E la tecnica sembra offrire alla Società, paradossalmente sempre più standardizzata nelle scelte e negli orientamenti dei singoli, sempre nuovi strumenti di affermazione sulla Natura.

Un esempio interessante di tecnica medica applicata al benessere sempre più psichico che fisico dell'Essere Uomo è la Chirurgia Plastica. La tecnica permette di correggere i difetti del corpo, segnarne i nuovi criteri di bellezza e cercare di fermare i segni del Tempo in un corpo che si trasforma. Ciascuno vuole rimanere "sé stesso"... Eppure, se guardiamo i risultati di certi interventi, nessuno sembra notare che le persone assumono nuove fisionomie molto simili le une alle altre. Si fa di tutto per distinguersi per poi scoprire che diventiamo tutti più uguali.
Nella generatività affrontata con la Tecnica queste derive sono davvero dietro l'angolo perché, per dare risposta al desiderio del singolo, si può arrivare a manipolare il DNA, il nostro codice genetico, genotipo che determina, realizzandosi attraverso il fenotipo, la nostra peculiarità di individuo. Si potrebbero scegliere molti dei caratteri somatici del nascituro, la sua salvaguardia da malattie genetiche e molto altro. Queste possibilità fornite dalla tecnica modificano sostanzialmente e sostituiscono in modo drammatico le caratteristiche biologiche della specie e di conseguenza non possono che avere peso sulla realtà antropologica. Il medico in questo modo, utilizzando la tecnica, entra pesantemente nell’atto procreativo “artificiale” caratterizzandone il risultato. Se non è guidato da etica e deontologia fin dove può arrivare? Innovazioni come queste possono modificare la storia della specie umana. Applicarle e basta sfruttando la tecnica non è sufficiente. È necessario anche considerare tutti i cambiamenti, anche negativi, che possono scaturire dall’applicazione del progresso tecnologico e soprattutto farsene carico non abbandonando l’umanità al suo possibile nuovo destino mutato dall’innovazione. Questo può rallentare e dare più sostenibilità all’accelerazione tecnologica? Alla Grande Accelerazione?

ORDINARE

La legislazione dei vari Paesi mette dei freni e riduce le possibilità di intervenire geneticamente sugli embrioni, ma questo ha dimostrato già da subito evidenti limiti grazie alla globalizzazione e al business che velocemente si è materializzato e propagato. La tecnica sostituisce la realtà più velocemente di quanto l’evolvere del pensiero giuridico disciplini la vita delle società e lo rende, in ogni caso, sempre più difficilmente applicabile. La tecnica, specialmente se associata al business, di fatto domina facendo passare in secondo piano realtà che da molto tempo rappresentano le basi della nostra società. Sospende la realtà attirando l’attenzione umana nella dimensione virtuale, più immediata, accattivante e liquida.
Si ha quasi la percezione che le leggi e il pensiero giuridico seguano con affanno quanto sempre più velocemente accade nel susseguirsi di nuove vie di sviluppo tecnologico. Che l’uomo, sempre più attonito, non riesca a governare il fuoco di Prometeo e si abbandoni alla gioia (spesso virtuale e passiva) dei suoi doni a volte inaspettati e forse inutili se non dannosi. Questo non è possibile, pena il ridursi significativo del livello di civiltà e, forse, l’estinzione della specie. Non possiamo integralmente dipendere dalla tecnica.
È esperienza comune che molte persone si trasformino quando guidano più forti, sicure e protette, in un’automobile. Macchina che, attraverso la tecnica, permette il superamento dei loro limiti fisici. Queste persone si trasformano spesso in senso negativo e tendono a prevaricare i loro simili se guidano cilindrate più basse o se sono solo pedoni. Ma qual è la vera persona: il pedone solo e umano sul marciapiede o il pilota trasformato dalla tecnica?
Nel web le persone, attraverso i social, si trasformano in “leoni da tastiera” e spesso esagerano pesantemente con le loro affermazioni sino a commettere reati. Ma qual è la versione più vera di queste persone? La loro versione nella vita reale (con le sue maschere) o la versione più disinibita e aggressiva del web?
E chi naviga nel dark web in cui accede da moltissimi punti diversi del pianeta contemporaneamente, in modo da non poter essere individuato/depredato, e in cui, grazie alla tecnica, può delinquere utilizzando moneta virtuale. È questa una versione reale della persona che si può, grazie alla tecnica, realizzare in un mondo virtuale dai vividi riflessi reali?

In medicina la branca che per prima ha iniziato a dipendere in modo evidente dalla tecnica è la Radiologia. Disciplina medica che per produrre le immagini e per farle interpretare al medico radiologo è totalmente dipendente dall’energia elettrica e dalle apparecchiature di diagnostica per immagini. Premettendo che oggi non esiste medicina a tecnologia zero, voglio ricordare che tutto è iniziato nel XIX secolo e non da un medico, ma da un fisico (W. C. Roentgen) e che nella caverna che ospita l’umanità sono state ancora una volta le immagini a iniziare una nuova storia, ad accendere la scintilla del fuoco.
Le immagini radiologiche già da subito si sono poste in un piano nuovo e diverso rispetto alla realtà nel senso che facevano sorprendentemente vedere l’interno del corpo umano, cosa fino a quel momento inconcepibile (destino questo comune a molte scoperte tecnologiche). Si susseguivano di pochi anni alle immagini degli impressionisti che raccontavano il nostro mondo in un modo nuovo. Eravamo difronte a qualcosa di immateriale che impattava significativamente sulla realtà, qualcosa che oggi possiamo chiamare virtuale e che ugualmente permette e semplifica la conoscenza e la cura delle malattie.
Le immagini radiologiche nel tempo si sono evolute e perfezionate aggiungendo al rilievo anatomopatologico il rilievo funzionale di organi e apparati, ma restano sempre immagini, non realtà, anche se per la maggioranza degli studenti di medicina e dei medici oggi rappresentino la realtà anatomica e patologica di riferimento più utilizzata per la cura delle malattie dei loro Pazienti. Le immagini di un’ecografia, di una TC o di un RM non sono realtà, siamo noi a interpretarle e a tradurle quindi in qualcosa di reale, che ha un risvolto pratico per la specie. Siamo noi a dargli uno scopo pratico e salvifico. Immagini che negli anni sono diventate sempre più sofisticate e numerose.
Un tempo c’era la radiografia del torace, una sola immagine analogica, una sintesi che rappresentava il torace del Paziente o meglio una sua versione fotografata da radiazioni elettromagnetiche che, scaturite da una macchina, con elevata energia impattavano sul/nel corpo, producevano un effetto che veniva svelato grazie alla loro azione fisica su una lastra che poi poteva far capire lo stato di salute o di malattia dell’individuo in esame.
Poi sono venute le tomografie, le TC, si è cambiata la fonte energetica, l’atomo, il suono, il calore e il magnetismo, tutto per investire con un’energia il corpo umano, ottenere immagini a cui seguivano referti che traducevano le immagini in istruzioni per curare. Poi le macchine sono diventate sempre più potenti, in parte ingombranti e in parte più piccole e adesso si parla di nanotecnologia.

La tecnica in poco più di un secolo ha permesso all’uomo di sbizzarrirsi in voli mai sperati, pensati e resi realtà attraverso immagini virtuali, eventi dai risultati inaspettati. E sempre di più sono agognate leggi, linee guida, direttive per mettere ordine in questa folta giungla tecnologica in veloce crescita. Oggi le immagini da una, dieci, centinaia sono diventate migliaia, tante che si pensa all’utilizzo necessario e costante dell’intelligenza artificiale per poterle governare, per estrarre da esse più informazioni possibili perché l’informatica, branca della tecnica, ci insegna che tutto si basa sulle informazioni.
L’intelligenza artificiale se viene impiegata può seguire schemi mentali umani (ed è così chiamata debole) o schemi mentali diversi, propri delle macchine prendendo il nome di intelligenza artificiale forte. Questa classificazione semplifica notevolmente le cose e per essere più precisi vogliamo ricordare che oggi si parla di: Artificial Narrow Intelligence (intelligenza non senziente, cosciente o giudata dall’emozione, come Siri o Google Assistant); Artificial General Intelligence (intelligenza propria di una macchina in grado di comprendere e di svolgere dei compiti) e di Artificial Super Intelligence (intelligenza che usa modalità diverse e “superiori” rispetto agli esseri umani).
Che futuro ci aspetta e ci attira? Un mondo di macchine che costruiscono macchine? Di macchine che decidono per noi? Che differenza sembra esserci fra un uomo che agisce e decide grazie a reazioni chimiche e impulsi elettrici che depolarizzano i suoi nervi e una macchina senziente che come noi usa energia e che può imparare dall’esperienza maturata? Solo la coscienza, l’anima? Ancora: cosa questa macchina può imparare da noi, specie in difficoltà? Potrebbe prendere luce una nuova specie sulla superficie del nostro pianeta? Una specie creata da noi e che riesce poi come noi ad autoperpetuarsi? Una specie immortale in grado di vivere anche nelle stelle?

Un elemento più ampio della Radiologia e interessante tutte le branche della medicina, elemento che ha avuto e avrà immediate ripercussioni sui medici, è la velocità di raddoppio delle conoscenze in medicina. Se nel 1950 l’arco di tempo in cui le conoscenze in medicina incrementavano del 100% era di circa 50 anni, già nel 1980 si era ridotto a 7 anni. Questo certamente è legato alla ricerca scientifica, ma molto di ciò è dovuto alla tecnica, basti pensare all’avvento dei computer, della digitalizzazione, elementi che hanno caratterizzato la Grande Accelerazione di cui accennavamo poche righe fa. Nel 2010 questo tempo si è ulteriormente ridotto a 3,5 anni e, se questa tendenza si confermerà, nei prossimi 30 anni si ipotizza una sua riduzione a 2 mesi (Gambhir S. S. RSNA 2019). Un tempo consono alla possibilità di apprendimento umana? E il raddoppio, lo sviluppo e la conoscenza di tematiche etiche, deontologiche o più semplicemente umanistiche che velocità di raddoppio ha?

Ancora una volta entra in gioco la tecnica in modo pesante. Scuote la nostra vita dalle fondamenta e si propone per sostituire il reale attraverso il virtuale e non solo. Gli umani usano gli smartphone e non sanno scrivere o disegnare e i computer imparano a usare carta e pennelli.
Una parte di Noi, in questo mondo sempre più virtuale e meno reale, si preoccupa in modo responsabile dell'utilizzo di tutte le informazioni demonizzate che si conservano nel Web e delle quali perdiamo il controllo. Purtroppo, è un problema vero, ma crediamo ormai talmente pervasivo della nostra vita che difficilmente sarà risolvibile. Oggi con un click del nostro smartphone possiamo accedere a migliaia di operazioni, possiamo agire come e meglio se fossimo in presenza. Gli archivi dei nostri dati sono a disposizione per qualsiasi emergenza, pensiamo ai fascicoli sanitari.
Esiste un rischio, però, che tutta questa comodità abbia un prezzo, per esempio possedere l'accesso e il controllo di questa tecnologia apre le porte ad un pericolo di controllo sociale che nella storia dell'Uomo non ha avuto precedenti. La Pandemia e la corretta azione di tracciamento hanno spalancato la porta a ciò che da qualche anno prima sembrava una deriva distopica. L'utilizzo di questi strumenti porta del bene a tutti, ma getta nel sospetto molti. È difficile trovare un punto di equilibrio, temiamo che sia come ripararsi da una tempesta con l'ombrello.
Ogni qualvolta ci muoviamo il sistema registra i passaggi: telecamere per strada, utilizzo di carta bancaria, scontrini parlanti, accessi in ospedale, statistiche sui consumi, preferenze di programmi, utilizzo di app, etc. Il Processo è avanzato così tanto da diventare irreversibile e sicuramente la Pandemia, con tutte le azioni difensive intraprese, ha accelerato le trasformazioni. 
La fantascienza già da tempo elenca le leggi della robotica, sembrava un gioco, un’idea balzana. Noi oggi sempre più spesso ci domandiamo che leggi ci possono proteggere dall’uso nocivo della tecnica, delimitare i suoi confini, permetterci di capire e governare il problema. Di chi è la responsabilità se un danno deriva da una diagnosi radiologica sbagliata ottenuta attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale? Del medico che firma il referto? Dalla macchina? Di chi costruisce e istruisce la macchina? E se la macchina si istruisce da sola? Quali leggi possono tutelare l’umanità? Un robot può essere imprigionato? E il risarcimento monetario di un danno è sufficiente a risolvere i contenziosi generati?
Possiamo dire che la scoperta e l’utilizzo di una nuova fonte di energia, le radiazioni ionizzanti, (nuova per l’uomo s’intende) sia iniziata a fine Ottocento migliorando la vita sul pianeta. È sotto tutti gli occhi di tutti poi com’è andata a finire. È chiaro che è l’utilizzo della tecnica che ne determina l’effetto ed è anche chiaro che, almeno finora, è l’uomo che guida le scelte. E all’espandersi apparentemente illimitato delle possibilità date dalla tecnica che tipo di uomo sarà a guidare queste scelte? E ancora: sarà sempre un uomo a scegliere o forse un algoritmo può far meglio?

SOSTENERE

Oggi, dopo due anni di pandemia, è ancora più evidente che gli argomenti sin qui accennati siano sì medici ma anche profondamente etici, deontologici, antropologici e sociali. Questo anche perché sempre di più “l’affaire” medico al suo interno ha elementi non medici. Elementi che non possono che derivare dalla società in cui i medici sono immersi, da cui i medici sono ampiamente influenzati e di cui i medici non possono non tener conto, pena perdere il contatto con la realtà in cui devono necessariamente agire. Società ampiamente immersa nell’evoluzione tecnologica. Questo è tanto più evidente quanto più la tecnica moltiplica le possibilità in cui l’animo umano può esprimersi, quanto più le persone hanno a disposizione nuovi modi per interagire e vivere, anche virtualmente, nuove possibilità per impegnare in modo attrattivo, calamitante, il proprio tempo. Tempo guadagnato anche grazie alla tecnica.
Il medico deve mettersi in gioco perseverando e non sottraendosi alla cura delle malattie, senza nascondersi dietro alla “figura” del medico, imparando a coltivare la relazione e sfruttando a proprio vantaggio il progresso tecnologico. Tutto questo utilizzando come strumenti di lavoro l’etica, la deontologia e l’utilizzo della medicina basata sull’evidenza mentre i frutti della tecnica dovrebbero restare gli utensili che sono. Il medico non deve soggiacere al business come obiettivo primario e deve considerare il fatto che, se guadagna nella cura di una malattia che non ha contribuito a evitare attraverso un atto preventivo (gli esempi sono molteplici: vaccinazioni, inquinamento, stili di vita), può essere complice dello sviluppo della malattia stessa e, per questa complicità, realizzando un guadagno, determina un conflitto di interessi che mina il rapporto di fiducia con il Paziente. Rapporto di fiducia necessario e basato sulla relazione.
E in un mondo complesso può esistere la sola relazione medico-paziente? Il medico come soggetto supposto a sapere può essere autodeterminato? La cura delle persone può essere basata su aneddoti e intuizioni? Il medico oggi è inserito in un processo formativo ben definito e trasparente che ne cura la preparazione scientifica, ma anche umana? E questa “preparazione umana” serve al medico del futuro? L’aggiornamento continuativo dei medici è articolato in modo da portare l’esperienza personale sulla cura e sulle malattie a livelli comuni e condivisi con i propri pari o è un apprendimento passivo?
In questo la tecnica può fare molto, ma può anche snaturare la professione medica sostituendola con qualcosa di diverso e non necessariamente migliore. Questo avviene più facilmente se il medico è solo con le sue ampie responsabilità, legate alla cura, al fare e al non fare. L’assenza di questi processi etico-deontologici e scientifici, che dovrebbero essere prerogative, indebolisce il medico e la medicina facendo nascere comportamenti abnormi sia all’interno della professione (incremento del contenzioso disciplinare) che all’esterno (violenza sugli operatori sanitari). Fattori questi tanto più rilevanti quanto più eventi nuovi, come potrebbe essere una pandemia, richiedono ulteriori sforzi, inediti e straordinariamente pesanti, per curare la collettività.
Tutto questo può essere ulteriormente aggravato dal fatto che la relazione Medico-Paziente può non essere innescata a causa di fattori in gran parte estrinseci al medico stesso. Se la possibilità di cura viene lasciata alle esclusive disponibilità economiche dei Pazienti, in una medicina sempre più costosa e dipendente dalla tecnica per il suo esercizio e per il suo successo, è automaticamente esclusa dalle cure la maggioranza delle persone. Questo può essere deleterio per l’intera umanità soprattutto dal punto di vista sociale e può alterare la relazione medico-Paziente trasformandola in quella di passivo: fornitore d’opera-cliente.
Oppure, se il medico, per cattiva organizzazione (o per carenza di personale), è nell’impossibilità pratica di poter instaurare adeguatamente la relazione con il Paziente, sono gettate delle solide basi per mettere ulteriormente in crisi il sistema. Questo fattore è acuito e la sua soluzione entra in un vicolo cieco se la ricerca della soluzione al problema passa attraverso un utilizzo della tecnica in ambiti squisitamente medici per instaurare il controllo o l’organizzazione forzata del lavoro. L’attività del medico può diventare insostenibile e finire in una trappola evolutiva professionale, evento già accaduto nella pandemia del secolo scorso e materializzatosi in una crisi vocazionale, e in alcuni casi anche in questi anni nell’abbandono del posto di lavoro da parte di molti medici.

Un evento pandemico ha sicuramente un livello medico, sanitario di prevenzione e cura importantissimo e impatta sui singoli individui trasformando un evento singolare di malattia in un evento globale. Evento che interessa molteplici persone, se non tutte le persone, influenzando significativamente e a volte drammaticamente le loro vite dal punto di vista più lato, ma anche l’esistenza di tutte le organizzazioni di cui queste persone fanno parte. Questo per molti può non essere sostenibile, soprattutto se la medicina denuncia la propria impotenza o mostra i suoi limiti. Questo da molti non può o non vuole essere capito e non viene accettato. Come risposta a ciò le genti, le diverse genti, mai come in questi due anni, sono ricorse alla tecnica nel tentativo di instaurare il controllo su una “nuova” situazione pericolosa, come se potessimo controllare tutto, noi semplici ospiti di questo pianeta di cui non paghiamo neanche l’affitto.
Una riflessione, secondo noi, potrebbe riguardare come sono state affrontate la pandemia di influenza spagnola da H1N1 (gennaio 1918 – dicembre1920) e questa da SARS-CoV-2 (dicembre 2019 -?), un secolo dopo. Questo sarebbe meglio avvenisse a “bocce ferme” e attraverso un’analisi non solo medica (epidemiologica, di igiene e medicina preventiva), ma anche socio-antropologica, economica e tecnologica. Premettendo che i sintomi dell’influenza sono stati descritti da Ippocrate 2.400 anni fa, una prima differenza fra i due eventi pandemici è che l’agente eziologico dell’influenza spagnola è stato scoperto nel 1931-33 grazie alla tecnica. All’epoca questa malattia, che ha ridotto la speranza di vita nella popolazione di 12 anni, non si sapeva fosse determinata da un virus.
Per sfuggire al virus oggi siamo scomparsi, ci siamo annichiliti e abbiamo cambiato identità, siamo passati da un’identità analogica a un’identità digitale che alberga in un luogo che il virus non può infettare (almeno il virus SARS-CoV-2). Questo probabilmente ha salvato delle vite e sicuramente è costato tantissimo, ma ha dato una piega diversa alla nostra vita, obbligandoci a cambiarla e ha diviso la società in due fazioni: in chi accetta e si adegua, fazione più numerosa e in chi non accetta e non si adegua, fazione più rumorosa. Questo può minare alle basi il vivere civile, ma è un ticket da pagare che si è sempre presentato in eventi catastrofici. Ma resta un evento pericoloso per la società, evento che va governato e superato, da tutti.
Da tutto questo il medico è come sempre travolto. Impegnato in giornate che hanno più ore del quadrante dell’orologio, è alienato come persona dalla pesante situazione essendo incaricato automaticamente dalla società sia della responsabilità che della delega a risolvere il problema sanitario, l’apparentemente colpevole della difficile situazione attuale (situazione già difficile prima della pandemia). Pur essendo il principale protagonista, in questo il medico non è solo. C’è anche chi organizza la “macchina” del soccorso e tende a usarlo come pedina lasciandogli molto spesso integra la sua responsabilità e nel far questo usa ampiamente la tecnica.
C’è anche chi nella società reclama la sua indipendenza di giudizio e vuole seguire le cure e gli stili di vita che preferisce non riconoscendo alcuna verità se non la propria, maturata su elementi e su capacità di giudizio sicuramente più insufficienti di quelli su cui si basa la medicina e scotomizzando la realtà per difendere la propria psiche. Persone che spesso chiedendo la guarigione e non la cura, chiedono il mago (essere magico al di sopra della natura) e non il medico (uomo mediatore fra salute e malattia). In questo la tecnica può giocare un ruolo importante sia nel senso di facilitare l’arrivo delle informazioni alle persone, sia nel senso che le possibilità tecnologiche in una popolazione sprovveduta possono essere assimilate a possibilità magiche.
Possiamo dire che la tecnica sia una pulsione verso il domani che nel mondo di oggi è superata solo dalla pulsione verso il business? Possiamo anche dire che questi elementi siano intrinseci all’attuale natura umana?

In ogni caso questo non vuol dire che questi elementi siano assoluti e non modificabili e che le cose in senso lato, non possano cambiare. Per evolversi probabilmente la specie umana (per specie umana intendo l’Homo sapiens sapiens e non le altre specie estinte o assimilate) ha risolto problematiche limitanti, come ad esempio il cannibalismo rendendolo un tabù o trasformandolo in qualcos’altro. Verosimilmente lo ha eliminato per poter gettare basi più solide per iniziare una relazione fra le persone. Solo un meteorite che colpisce la terra con una adeguata angolazione (sembra 43°) può mettere fine all’avanzata tecnologica determinando l’estinzione della nostra specie e con loro dei medici. È impossibile arrestare il progresso tecnologico in altri modi, ma non è impossibile consorziarci per cercare di governare il problema trasformandolo in una opportunità.

Gabriele Gasparini, Presidente Fondazione Ars Medica