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Medici di famiglia e pediatri di libera scelta sono le "sentinelle" del territorio e hanno sicuramente tra i propri pazienti sia le donne e i minori che subiscono violenza, sia gli uomini che ne sono gli autori. Se per le donne e le bambine o bambini si hanno i CAV (Centri Antiviolenza) cui indirizzarle, anche attraverso il numero nazionale 1522, non è altrettanto noto che ci siano strutture per gli uomini maltrattanti. Ma i centri ci sono, nati in applicazione alla Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere (art.16). Nel territorio veneziano a Marghera presso il Distretto (in via Tommaseo 7) c’è il G.R.U., Gruppo Responsabilità Uomini (tel. 370.3672646) e a San Donà (in via Molina 39) il C.E.R.A., Centro Educativo alle Relazioni Affettive (tel. 0421.1546926). Ambedue compaiono nell’elenco dei centri autorizzati dalla Regione Veneto.
A livello nazionale la Rete Relive (Relazioni Libere da Violenza), nata nel 2014 a Firenze, raccoglie più di 60 CUAV, Centri per Uomini Autori di Violenza, e ha all’attivo 17 anni di esperienza con più di 4.000 uomini che hanno deciso di riconoscere la violenza nei loro comportamenti, assumersene la responsabilità e iniziare un percorso di trasformazione.

Di questa tematica si è discusso lo scorso 26 novembre 2025, in Biblioteca Comunale a Spinea, alla presentazione del libro I mostri non esistono. All’origine della violenza di genere (Fandango edizioni, Roma, 2024). Era presente l’autrice, Michela Giachetta, intervistata dalla sottoscritta, membro della Commissione Pari Opportunità (CPO) dell’Ordine. Il libro nasce dallo shock dopo l’ennesimo femminicidio: Giulia Tramontano, 27enne incinta al 7° mese, uccisa in un paese della cintura milanese dal partner a maggio 2023. Michela Giachetta si chiede: si può fermare la violenza sulle donne? E come?

Nel 2024 la Commissione del Senato sui femminicidi ha detto: «Se non si interviene per cambiare il comportamento degli uomini, oltre che la cultura che lo giustifica, il contrasto alla violenza contro le donne non può dirsi mai completo». È una riflessione che evidenzia come sia indispensabile lavorare anche con gli uomini, soprattutto con quelli che la violenza l'hanno agita. Loro ne sono i responsabili, eppure tendono ad attribuire la dinamica della violenza alla vittima – per come si veste, per cosa dice, perché “provoca”, perché non se ne va – spostando lo sguardo da sé stessi ("non è colpa mia"), anche se consapevolmente hanno scelto di oltrepassare i limiti, di controllare, umiliare e minacciare.

Michela Giachetta è una giornalista d’inchiesta e ha percorso l’Italia da nord a sud per visitare otto Centri per Uomini Autori di Violenza a Modena, Firenze, Milano, Palermo, Genova, Trento, Napoli, Torino. Solo due Centri, Modena e Napoli, sono pubblici; tutti fanno parte della rete Relive. Il loro obiettivo è interrompere la violenza e fare in modo che non si ripeta. Hanno tutti la stessa metodologia: ogni intervento è pensato per aumentare la sicurezza delle donne e dei loro figli o delle loro figlie, in stretta collaborazione (non facile) con i servizi territoriali e i centri antiviolenza, perché il cambiamento degli uomini sia reale, duraturo e inserito in una rete di protezione più ampia. Il percorso è proposto in uno spazio dove l'uomo è chiamato a riconoscere la violenza agita e a mettersi in discussione, in incontri individuali e di gruppo, guidati da operatrici e operatori esperti, che forniscono agli autori di violenza strumenti concreti per acquisire consapevolezza e interrompere le dinamiche tossiche prima che esplodano.

Nel libro l’autrice mette in guardia dai pregiudizi, tipo: "quegli uomini sono irrecuperabili, perché perdete tempo con loro?". La risposta viene dall’osservazione della realtà: gli uomini che frequentano i Centri "non sono mostri", sono uomini normali, che vivono la vita di tutti: hanno amici, vanno al lavoro, fanno sport, "funzionano" nella società. Ma sono "disfunzionali" nelle relazioni affettive, improntate al controllo dell’altra e alla violenza.
Questi uomini non riconoscono i loro atti violenti come tali, minimizzandoli, non considerandoli gravi e quindi deresponsabilizzandosi. Per questo l’acquisire consapevolezza è determinante.

Ai Centri arriva chi è inviato dalla partner, da un famigliare, dai servizi, dal medico di famiglia o dal pediatra, dal proprio avvocato o dall’Autorità giudiziaria, specie dopo l’entrata in vigore del cosiddetto Codice Rosso, legge del 2019 che permette al maltrattante di non andare in carcere se frequenta un Centro. E motivare l’uomo violento, che spesso aderisce al programma in modo strumentale, perchè cambi i suoi comportamenti è un’impresa ardua. Ma i risultati ci sono, pur se per dare solidità ai dati sarà necessario un coordinamento statistico. Chi ha concluso l’iter presso un Centro della rete Relive, secondo gli operatori, passa da un rischio del 90% di ripetere gli atti violenti, al 20 % o al 5% (percentuale che vale per chiunque).

Dal libro di Michela Giachetta emergono delle indicazioni particolarmente interessanti e replicabili per ottenere che la mala pianta della violenza di genere sia estirpata. La prima indicazione viene da Genova, dall’Ospedale Galliera. In Pronto Soccorso ci sono permanentemente due psicologi, che nei casi sospetti intercettano le donne e cercano di appurare se i ricoveri possono essere inseriti nell’ambito di comportamenti violenti da parte del partner. Il personale del Pronto Soccorso quando dà l’informazione sui CAV (Centri Antiviolenza) aggiunge anche quella sui CUAV (Centri per Uomini Autori di Violenza). Se la situazione è grave e ci sono segnali di imminente pericolo, scatta l’unità di crisi, un dispositivo che attiva la rete dei servizi, mette in sicurezza la donna e i minori e allontana il maltrattante. E sempre a Genova, tutti gli accessi del Pronto Soccorso sono unificati, in modo che basta digitare un nome per vedere il pregresso e intercettare gli episodi di maltrattamento, vanificando una delle amare tattiche usate nei casi di violenza domestica: cambiare pronto soccorso.

Genova è un esempio replicabile anche nelle nostre ULSS, come è replicabile l’esperienza di Torino, del CUAV “il Cerchio degli Uomini”, che è la seconda indicazione del testo di Giachetta. Il Centro torinese, nell’ occuparsi dei maltrattanti, ha deciso di intervenire in particolare nella prevenzione, importantissima a scuola ma non solo. La violenza maschile contro la propria partner (come ha tragicamente dimostrato la storia di Giulia Tramontano) si scatena più acutamente durante la gravidanza e nel periodo dell’allattamento, nei mille giorni cruciali di transizione alla genitorialità. Per questo il CUAV, in collaborazione con l’ASL, propone incontri per i neo papà, che arrivano da soli al gruppo portandosi i neonati per discutere in concreto delle strategie da adottare per dormire, del come tenere in braccio il piccolo o la piccola, del come allattare, degli eventuali problemi di incomprensione e attrito con la propria compagna. E così può iniziare un iter di cambiamento per l’uomo e di protezione per la donna e i figli o le figlie da parte dei servizi.
C’è però anche un altro livello sul quale il Centro di Torino vuole intervenire. La violenza maschile contro le donne non è una questione di cattiva educazione, è strutturale, come dice la Convenzione di Istanbul, legata alla cultura e agli stereotipi propri della nostra società. Per questo il Centro sta promuovendo sul piano politico una proposta di legge per rendere obbligatorio il congedo per paternità, obbligo presente in molti Paesi del Nord Europa. Come riportato nel testo di Giachetta, gli ultimi studi scientifici dimostrano che se un uomo "si impegna" per alcune ore al giorno nel lavoro di cura, occupandosi lui del bambino o della bambina, ci sono una serie di ricadute positive sullo sviluppo del figlio o della figlia, sulla relazione fra lo stesso papà e il bambino o la bambina e sulla relazione di coppia. E il rischio di violenza domestica diminuisce. Due indicazioni da sottoporre alle nostre aziende sanitarie e che possono avviare quel cambiamento dei comportamenti maschili violenti che auspichiamo.

Dottoressa Alessandra Cecchetto, componente Commissione Pari Opportunità (CPO) OMCeO Venezia

[Photo Credit: Comune di Spinea]