Rivedere la responsabilità professionale garantendo l’autonomia del medico e definendo in modo chiaro il concetto, ancora troppo sfumato, di colpa grave, per ridurre il numero dei rinvii a giudizio. Ma anche ridare dignità al ruolo sociale dei camici bianchi, spingere sulle retribuzioni, garantire la sicurezza sui posti di lavoro e alleggerire una burocrazia ormai asfissiante: solo così si potrà tornare a rendere attrattiva la professione medica e superare, una volta per tutte, la carenza di personale negli ospedali e sul territorio.
Queste le indicazioni arrivate dal convegno Le modifiche della responsabilità dei medici e degli odontoiatri nella crisi delle vocazioni, prima iniziativa formativa del 2026, organizzata per l’Ordine lagunare dal presidente e vice nazionale Giovanni Leoni all’Ateneo Veneto lo scorso 17 gennaio, che ha visto sbarcare in laguna alcuni dei big della sanità nazionale.
Un fenomeno complesso, la crisi delle vocazioni, che si declina in concorsi per la sanità pubblica che vanno deserti, posti che restano vuoti nelle scuole di specializzazione, in studenti in formazione per la Medicina Generale che abbandonano la scuola prima del tempo, il 20%, o scelgono poi di fare altro, ancora un 20%. Il tutto con l’aggravante del rischio di contenzioso penale: una delle cause di maggior preoccupazione soprattutto per i giovani.
«Non mancano medici in assoluto – ha sottolineato il presidente Leoni accogliendo i partecipanti – ma colleghi che si dedichino in particolare all’urgenza-emergenza e all’assistenza territoriale, le due branche più problematiche sia per lo scarso interesse a livello di scuole di specialità, sia per il numero di persone che risponde ai bandi».
A soffrire, così, è l’assistenza alla popolazione. «I cittadini ad esempio – ha proseguito – non trovano un medico di famiglia che li segua con continuità quando il loro va in pensione. L’interruzione del rapporto è un nuovo fenomeno verificato: medici che prendono il posto di altri colleghi, ma restano poco e poi se ne vanno creando un grande disorientamento nella popolazione».
Altra problematica stringente il grande afflusso dei codici bianchi e verdi nei Pronto Soccorso «in realtà – ha spiegato ancora – più per una visita specialistica o un aiuto immediati, che i cittadini non riescono ad avere a causa delle liste di attesa». Su questo fronte in Veneto le cose stanno certamente migliorando, «ma gran parte del merito – ha concluso il presidente Leoni – va all’abnegazione di tanti colleghi che lavorano moltissimo sia in ospedale sia sul territorio, con tanti sabati e domeniche, notti, o turni fuori orario».
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Il benvenuto al professor Gerosa, nuovo assessore regionale
Soddisfazione e orgoglio per la presenza, per la prima volta, del nuovo assessore regionale alla Sanità, il professor Gino Gerosa, cardiochirurgo di fama internazionale e «persona in cui – ha sottolineato il presidente Leoni – ho la massima fiducia sia come professionista, sia come intellettuale: una persona capace di prendere decisioni in tempi molto stretti e con le competenze che ha sempre perseguito in tutta la sua carriera».
«Quando sento la parola vocazione – ha esordito l’assessore – mi viene un po’ di orticaria perché associo il lavoro del medico non alla vocazione, ma a un senso etico molto profondo che richiede un impegno costante, lungo, sia durante la formazione sia durante l’attività professionale. Soprattutto in questo momento storico in cui il rapporto tra medico e paziente è molto difficile, il contenzioso medico legale importante e le scelte implicano una fortissima esposizione del professionista».
La carenza di medici allora, secondo il professor Gerosa, si supera “reingegnerizzando” il sistema, riorganizzandolo per liberare i medici da incombenze squisitamente burocratiche, che possono essere affrontate anche da altre figure professionali. «Oggi i medici – ha aggiunto – scappano all’estero, ma questa fuga non è improvvisa: nasce dal fatto che in Italia non c’è per loro un riconoscimento sociale ed economico e noi dobbiamo restituirglielo».
Anche altre autorità locali non sono volute mancare al convegno dell’Ordine a partire da Laura Besio, appena eletta consigliere regionale e componente della Commissione che si occupa di sanità e sociale, che ha sottolineato come «a Venezia nulla regga senza equilibrio: l’acqua, le fondamenta, la convivenza. Qui sappiamo cosa significa responsabilità e anche quella professionale è un equilibrio: se pesa troppo affonda le vocazioni; se è debole mette a rischio la fiducia».
Presenza costante al fianco dell’Ordine anche l’assessore comunale alla Programmazione sanitaria Simone Venturini che ha richiamato l’attenzione sul concetto di colpa. «Ormai da 15 anni – ha spiegato – tutti hanno opinioni su tutto. Il ruolo del medico oggi è messo in discussione, sottoposto a un controllo continuo e a una costante ricerca di colpe con il rischio concreto di spingere sempre più verso una medicina difensiva. Bisogna allora intervenire a monte, anche sul piano organizzativo, superando l’idea di una sanità vissuta come servizio on-demand: ho un problema, me lo devi curare subito, immediatamente e se non lo fai è colpa tua. Ribaltiamo questo paradigma».
Ha spostato, infine, l’attenzione sul ruolo delle aziende sanitarie Francesca Ciraolo, direttrice sanitaria dell’Ulss 4 Veneto Orientale, sottolineando come «per garantire sicurezza e qualità delle cure si debba costruire e sostenere un solido sistema di gestione del rischio clinico. Quando accadono errori o ci sono problemi, richieste di risarcimento, l’azienda deve stare al fianco dei professionisti, dare loro supporto, fiducia e ascolto». Solo creando una migliore organizzazione, dunque, e migliori condizioni di lavoro «si tornerà – ha concluso – a stimolare le vocazioni, l’adesione a un progetto professionale importante come quello della professione sanitaria».
Tra responsabilità penale e crisi delle vocazioni: il contesto generale
La necessità di sostenere la spinta motivazionale dei medici e la loro autonomia e di definire con precisione il concetto di colpa grave al centro delle riflessioni del presidente FNOMCeO Filippo Anelli che ha aperto i lavori della prima sessione del convegno, moderata dal segretario della Federazione nazionale Roberto Monaco e dal medico legale e consigliere dell’Ordine Cristina Mazzarolo.
«Le motivazioni etiche – ha spiegato – condizionano l’attività del medico. Nella società in cui viviamo le motivazioni per realizzarsi nel lavoro sono in qualche modo messe in crisi, ma nella nostra professione sono essenziali e vanno correlate all’autonomia che il medico deve avere per poter esercitare bene il suo lavoro e le scelte di responsabilità». Una responsabilità che non è e non può essere solo individuale «perché negligenza e imprudenza – ha proseguito – possono essere legate anche al sistema che mi costringe a fare o mi impedisce di fare». Da qui la necessità dello scudo penale, dove le responsabilità sono demandate anche all’organizzazione, e, oggi, la necessità di definire con precisione il concetto, ancora troppo sfumato, di colpa grave.
«I processi continuano a farsi – ha sottolineato il presidente – e noi vorremmo una norma per ridurre il numero dei rinvii a giudizio». Una norma basata da una parte su una più precisa definizione di colpa grave, che il magistrato inquirente può individuare in modo chiaro, dall’altra, per esempio, sull’introduzione della conciliazione e sull’erogazione di indennizzi rapidi, prima di avviare un’eventuale azione giudiziaria, «con l’obiettivo – ha detto il presidente Anelli – di consentire ai medici di svolgere la loro attività con maggiore serenità».
Sostenere le motivazioni che spingono ad indossare il camice, ma anche ridare dignità al ruolo sociale dei medici, allineare gli stipendi alla media europea e ridurre la burocrazia asfissiante le mosse, secondo la FNOMCeO, per ridare soddisfazione al personale e far tornare attrattive per i giovani sia la professione medica sia la sanità pubblica.
L’inquadramento normativo della responsabilità professionale è stato, invece, il tema approfondito da Patrizia Piccialli, già presidente della quarta sezione penale della Corte di Cassazione, che ha ben chiaro in che direzione deve andare la riforma. «Io non credo – ha sostenuto – nella depenalizzazione dell’atto medico o in un restringimento della responsabilità del medico, che potrebbe creare disuguaglianze con altre categorie di professionisti pure impegnati in prestazioni di particolare difficoltà. Sarebbe una palese illegittimità. La mia proposta, invece, è disapplicare la responsabilità del personale sanitario dalle linee guida e dalle buone pratiche clinico assistenziali, che dovrebbero invece rimanere come elemento probatorio e di carattere processuale».
Le linee guida, infatti, sono uno strumento di chiarezza sia per il medico sia per il giudice che deve valutarne l’attività, «ma non possono a mio avviso – il ragionamento della giurista – togliere l’autonomia valutativa del professionista». In ambito giudiziario, infatti, non esistono vie di mezzo: o le norme cautelari sono vincolanti o non sono cautelari.
Secondo la proposta dell’esperta, il professionista sanitario in situazioni di speciale difficoltà o di emergenza e responsabile dei reati di omicidio, lesioni o aborto colposi risponde solo per negligenza, imprudenza e imperizia grave e la gravità si ha con una condotta inappropriata e all’evidenza riconoscibile. «Io non vedo perché – ha concluso Patrizia Piccialli – un errore per colpa lieve debba dar luogo a un procedimento penale. Meglio sganciare la responsabilità dalle linee guida, che rimangono sotto il profilo organizzativo, e tornare ai concetti di negligenza, imprudenza e imperizia grave».
La declinazione della crisi delle vocazioni nelle due grandi aree di riferimento, la medicina del territorio e gli ospedali, è stata, invece, affidata a Silvestro Scotti, segretario nazionale FIMMG, e a Guido Quici, presidente nazionale della Federazione CIMO – FESMED.
Che la Medicina Generale sia sempre meno attrattiva è un dato di fatto. «Il numero di medici famiglia sul territorio – ha sottolineato il segretario Scotti – si sta sempre più riducendo: ci sono molte aree scoperte una spasmodica ricerca di medici da parte dei pazienti». Così quando un giovane si inserisce, ormai addirittura durante la scuola di formazione, «ha un pesante carico immediato – ha aggiunto – che lo spaventa: 1.450 assistiti, praticamente al massimale. Significa avere, nel giro di pochi mesi, tante persone che non conosci, di cui non sai la storia, con i loro problemi, con cui non hai subito un rapporto fiduciario. Quel giovane, se percepisce immediatamente quella difficoltà, cambia lavoro».
Il risultato più immediato è un tasso di abbandono del 20% nella scuola di Medicina Generale. Ma anche gli altri dati nocciolati dalla guida della FIMMG parlano chiaro:
- il 25% dei cittadini italiani ha oggi più di 65 anni e nel 2030 si arriverà al 35%;
- negli ultimi 10 anni il numero dei medici di famiglia è calato progressivamente passando dai 44.436 del 2016 ai 36.812 del 2025;
- nel 2016 ogni MMG aveva in media 1.100 assistiti, oggi ne ha 1.450, quando va bene;
- i medici di famiglia di 68 anni pronti per la pensione saranno 1.991 quest’anno e più di duemila nel 2027.
Le cure territoriali, allora, potranno tornare attrattive solo se si riorganizzano mantenendo la capillarità, sostenendo il lavoro in gruppo, privilegiando la formazione anche con nuove competenze tecniche, garantendo più tutele e sgravando i professionisti dalla burocrazia.
Radioterapia, rianimazione, medicina d’urgenza e anatomia patologica sono, invece, le specialità ospedaliere che più soffrono la mancanza di personale dovuta «alla gobba pensionistica – ha spiegato il presidente CIMO Guido Quici – e al contestuale blocco del tetto di spesa sul personale». Servono, allora, incentivi, non necessariamente solo economici, ma di natura professionale «o tanti colleghi – ha aggiunto – preferiranno lavorare nel privato o rinunceranno a fare questa professione. Gran parte dei medici giudica negativamente il proprio lavoro soprattutto per le troppe ore in corsia, e per l’eccessivo squilibrio tra vita personale e professionale».
Il medico, insomma, ha la necessità di essere valorizzato e questo significa, secondo il sindacalista, dargli più motivazioni e una prospettiva di carriera, riequilibrare il rapporto tra vita privata e lavoro, tornare all’autonomia professionale autentica, svincolandolo il più possibile dai lacci burocratici, eliminare lo stress legato agli avvisi di garanzia, esaltare le competenze e renderlo parte attiva dei processi organizzativi.
«Valorizzare il medico – ha concluso il dottor Quici – è una cosa quasi impossibile perché è come se fosse un malato cronico con più patologie. Se lo vogliamo curare, dobbiamo combinare tra loro più terapie. Non è solo dando più soldi che il problema si risolve: è un futuro da costruire perché un sistema che cura i suoi medici è certamente un sistema che sta curando i pazienti».
La prospettiva locale
Delineato il contesto generale, la seconda sessione del convegno, moderata dal vicepresidente dell’Ordine Cristiano Samueli e dall’angiologo Roberto Parisi, anche consigliere della Fondazione Ars Medica, ha cercato di delcinare il tema su una prospettiva locale. Cosa succede in Veneto?
Il primo a dare una risposta è stato Claudio Costa, direttore delle Risorse umane della sanità regionale, che ha subito sottolineato come il tema del personale «incida oggi sull’offerta, l’accesso i tempi, la continuità dei percorsi e la sicurezza delle cure» con una domanda «sempre più complessa e margini organizzativi sempre più stretti».
In Veneto, però, le carenze più gravi e significative si «concentrano – ha spiegato il relatore – nell’emergenza-urgenza, nelle cure primarie o in alcuni territori dove è più complicato reclutare professionisti». I dati sulle assunzioni degli ultimi anni parlano di un trend positivo per i camici bianchi, «ma quel turnover – ha aggiunto – in realtà si realizza prevalentemente con la possibilità di assumere gli specializzandi. Alcune specialità mediche sono poco attrattive per i giovani laureati: è proprio lì che bisogna agire in modo mirato». I numeri parlano da soli: l’88% di contratti non assegnati per microbiologia contro il 100% dei contratti assegnati per dermatologia.
Proprio l’area dell’emergenza-urgenza è quella in cui si fa più ricorso alle esternalizzazioni, ai cosiddetti gettonisti, «in cui si fa più fatica – ha raccontato il dottor Costa – ad assumere personale dipendente. Nel 2025 abbiamo bandito 118 posti a tempo indeterminato: si sono iscritti al concorso 50 medici, hanno partecipato alle prove in 27, tutti idonei. Ma di questi solo 4 sono specialisti, gli altri specializzandi...». Un fenomeno da governare dato che sono colleghi ancora in formazione.
La sanità veneta dal canto suo ha avviato fin dal 2024 un piano strategico per affrontare la carenza di personale, attivando azioni e investendo risorse importanti, 150 milioni in 3 anni, soprattutto per chi lavora in servizi o aree disagiati. Tra le priorità del 2026, invece definire le priorità clinico-organizzative, l’emergenza-urgenza, le discipline critiche e le sedi difficili «che non si governano con misure standard» e aggiornare il piano strategico «con la collaborazione di tutti: istituzioni, Ordini e rappresentanze sindacali».
Come il resto d’Italia, poi, anche il Veneto soffre la mancanza di medici di famiglia sul territorio, come ha spiegato Antonio Maritati, direttore facente funzioni dell’unità Cure Primarie della regione: 2.716 quelli operativi nel 2025 – a seguire più di 4 milioni 200mila pazienti – di cui il 68% lavora in forme associative evolute, come le medicine di gruppo integrate. «Forme queste – ha spiegato – fondamentali per l’impegno dei giovani diplomati che spesso accettano incarichi convenzionati solo se in una struttura organizzata, che chiedono di non essere lasciati soli perché non se la sentono di arrivare nel giro di un mese ad avere più di mille assistiti».
Altri dati significativi:
- più del 68% degli MMG in Veneto ha più dei canonici 1.500 assistiti;
- 51 anni l’età media di un medico di famiglia, ma il 44% ha più di 60 anni;
- entro il 2036 andranno in pensione circa 1.100 medici di famiglia, sono 95 quelli rimasti in servizio volontariamente dopo i 70 anni;
- 838 i colleghi di Continuità assistenziale, l’ex guardia medica, con un’età media di 35 anni;
- • 378 i giovani in formazione e di questi 231, cioè il 61%, ha già un incarico di assistenza temporaneo o provvisorio.
«La grande novità del 2025 – ha spiegato il dottor Maritati – è l’effettivo e definitivo passaggio al ruolo unico che comporta per i medici l’obbligo di svolgere anche 38 ore di attività a favore dell’azienda sanitaria, a meno che non abbiano già 1.500 pazienti. L’accordo collettivo nazionale appena siglato, poi, prevede la possibilità per i medici di assistenza primaria di partecipare su base volontaria alle attività delle Case della Comunità».
Una novità importante ancor meglio delineata in Veneto da un accordo politico siglato a inizio novembre 2025 tra la Regione e le organizzazioni sindacali per mettere dei paletti proprio sull’avvio del ruolo unico, delle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) – la nuova forma organizzativa per gli MMG: 144 quelle previste in Veneto ognuna con un bacino di 30mila abitanti – e la loro partecipazione proprio nelle nuove strutture. In vista di una, si spera, rapida firma dell’Accordo Integrativo Regionale.
Invertire l’attuale tendenza, che vede più borse di studio disponibili per la Medicina Generale rispetto ai posti occupati, e fare delle AFT il cuore delle cure territoriali, rendendole il collante di tutta l’offerta e di tutti i servizi, la ricetta di Antonio Maritati per tornare a rendere attrattiva la professione.
Non poteva mancare, poi, al convegno anche una riflessione sugli impatti che la carenza di personale ha sulla vita dei cittadini, sui loro bisogni di salute e sull’accesso alle cure. Tema di cui si è occupato Lorenzo Mattia Signori, segretario per il Veneto di CittadinanzAttiva, che nella sua analisi è partito dai dati demografici:
- il 40% degli italiani, cioè 24 milioni di persone, soffre di almeno una patologia cronica;
- gli over 65 in Veneto sono 1.168.563, pari al 24% degli abitanti;
- gli over 80 sono 883mila, il 7,6% del totale
- nel 2033 gli over 65 saranno a un terzo della popolazione;
- in Veneto il 48% degli adulti ha una patologia cronica, 8 punti in più della media nazionale.
«Dati – ha spiegato Signori – che si traducono in costi: per il Veneto circa 65 miliardi di euro». E a preoccupare non sono solo i pazienti anziani, ma oggi anche quelli giovani sempre più afflitti da problemi di tossicodipendenze, ludopatia e disturbi mentali.
I cittadini, però, si rendono conto della carenza di personale sanitario, «ad esempio – ha sottolineato il relatore – quando vanno dal loro medico di base e vedono che è intasato di lavoro. Oppure quando va in ospedale e si ritrova con il grandissimo problema delle liste d’attesa. La persona vede così messo in pericolo il suo diritto alla salute e si preoccupa se dal punto di vista economico e finanziario non riesce a reggere le spese che gli sono richieste».
Il periodo di criticità durerà ancora un po’: una ripresa si intravede ma è ancora lenta. Intanto però se, da un lato, le istituzioni devono fare la loro parte, dando alla popolazione indicazioni precise e risposte reali ai bisogni di salute, dall’altro anche il paziente «deve essere educato – ha detto Signori – a un approccio corretto ai servizi sanitari, riducendo la domanda all’essenzialità per rendere più sostenibile il sistema: se basta una radiografia non deve pretendere una risonanza».
La crisi delle vocazioni, la conclusione del relatore, è solo un tassello di «un sistema sanitario in sofferenza che spinge via i suoi professionisti mettendo a rischio la salute di tutti. Ma chi si interessa di sanità trova un mondo aperto alla relazione, trova la tecnologia, l’intelligenza artificiale, telemedicina, reparti avanzatissimi… Questo mondo, insomma, può rispondere a tutte le aspettative di un ragazzo che voglia perfezionare il proprio mestiere. Ricordando, però, che non ha a che fare con una linea di produzione, ma con la fragilità della persona malata».
La voce degli specialisti
A concludere la mattinata di studi una tavola rotonda che ha dato voce ai rappresentanti di alcune delle specialità più critiche, in ospedale e sul territorio. A partire dalla Medicina Generale la cui riforma non è più rinviabile, «ma che si presenta – ha spiegato Giuseppe Palmisano, segretario di FIMMG Veneto e FIMMG Venezia – molto complessa. Il segreto, allora, sarà riuscire a fare un lavoro in team, trovare degli obiettivi comuni e risorse adeguate, scongiurando il rischio che le Case della Comunità restino delle scatole vuote: un’idea buona sulla carta, ma poco sostenibile».
Fondamentale, allora, incentivare i giovani a scegliere le cure primarie, convincendoli che non lavoreranno da soli «perché è un rischio – ha aggiunto – non più accettabile. La relazione con i pazienti è sempre più difficile, il carico di burocrazia pesante: un medico da solo non ce la fa». Serve dunque un lavoro strutturato, organizzato, tutelato, sicuro e, non ultimo, che implementi le competenze tecniche, una delle priorità suggerite dai giovani professionisti.
Qualche buona notizia arriva, invece, un po’ a sorpresa, sul fronte dell’emergenza-urgenza: quest’anno, dopo anni di deficit, si è registrata una crescita delle iscrizioni alla scuola di specialità, arrivando ad esempio a Padova quasi a coprire totalmente l’offerta. A spiegarlo Biagio Epifani, già presidente della sezione Veneto-Trentino Alto Adige della SIMEU, che poi ci tiene anche a chiarire: «Il medico d’emergenza oggi è uno specialista. Non può essere considerato un tuttofare: ha competenze specifiche e, se non riesce a svilupparle, perde le proprie motivazioni».
Un medico, quello del Pronto Soccorso, che oggi si ritrova ad accogliere sempre più spesso anziani malati e soli e che deve tenersi al passo con la tecnologia «per non restare al palo». Oggi, però, i giovani sono riluttanti, secondo il dottor Epifani, a «firmare per la dipendenza perché il passo successivo è ritrovarsi chiusi in un sistema che chiede tanto e vincola, senza una reale prospettiva di carriera. In corsia il giovane vede il collega 70enne che andrà in pensione fare ancora i turni, le stesse cose che faceva 30 anni prima».
Anche la radiologia soffre, purtroppo, della carenza di specialisti, quasi al pari degli anestesisti, come ha raccontato Gabriele Gasparini, vicesegretario del Sindacato Nazionale Area Radiologica. «I carichi di lavoro – ha spiegato – sono enormi e oggi in radiologia è essenziale lavorare in équipe. Noi speriamo di superare il problema dei gettonisti e di riuscire ad avere dei team di dipendenti perché lavorare in ospedale è diverso che lavorare in un ambulatorio esterno privato, dove gli esami sono tutti negativi, dove non c’è la complessità dei servizi che noi eroghiamo, dove non c’è l’emergenza-urgenza. E la radiologia è emergenza-urgenza». Anche in questo settore, per fortuna, qualcosa in positivo si sta muovendo con 52 posti banditi a concorso che probabilmente saranno riempiti.
Altra specialità complessa la chirurgia dove i professionisti mancano «a seconda dell’area che andiamo a vedere – ha sottolineato Roberto Merenda, già presidente della Società Triveneta di Chirurgia – in quella estetica, ad esempio, no». A pesare, come in altri settori, «è la mancanza di flessibilità – ha spiegato – che comporta il carico del lavoro in particolare nelle aree di emergenza, una mancanza che non permette poi di avere una vita di relazione normale. Scegliere di fare il chirurgo è come scegliere da solo di uccidersi. Per fortuna, però, arrivano giovani ancora appassionati, che hanno voglia, che dimostrano di voler fare il medico».
A demotivare sono anche i procedimenti penali e civili, l’eccessiva lunghezza del percorso di studi, dove, ruotando tra i reparti, è quasi impossibile ormai avere un “maestro”, e lo svilimento del ruolo sociale del medico, «la cui conseguenza più evidente – ha detto il dottor Merenda – è la violenza sul personale sanitario. Per carità nessuno vuole tornare a 50 anni fa, ma allora in paese c’erano il sindaco, il medico e il prete, i tre capisaldi della società rurale. Oggi il medico non ha più alcun potere, arriva il paziente e dice “Voglio questo” perché l’ha visto su Google». A mutare, insomma, è stata anche la società e allora servirebbe un cambio di passo culturale.
Sul fronte della Medicina Interna, infine, dove si ha sempre a che fare con pazienti con più patologie, Fabio Presotto, presidente per il Veneto di FADOI, ha sottolineato come in questi reparti «si debba fare una difficilissima sintesi tra diversi specialisti che convergono. Noi gestiamo l’organismo nel suo complesso, cioè la persona e diventano fondamentali il ragionamento clinico, le competenze e il confronto con i colleghi».
Anche in questo settore si registra un recupero delle iscrizioni «perché ai giovani – spiega – piace il rapporto con il paziente. Un rapporto molto delicato e il cui fattore dissuasivo è la conflittualità con i familiari, che ci mettono a dura prova. Noi, però, vinciamo questa battaglia solo se siamo in grado di dimostrare la nostra professionalità. È una sfida continua».
Tante e diverse, insomma, le cause che rendono poco attrattiva la professione medica e che fanno venir meno nei giovani la spinta ad intraprenderla. Durante il convegno, però, qualche spiraglio si è intravisto: un’inversione di tendenza non è impossibile se, ad esempio, si rimodula la responsabilità professionale, definendone meglio alcuni concetti chiave o approntando percorsi di conciliazione alternativi, o se si riorganizzano le cure sul territorio con più lavoro in team e meno burocrazia asfissiante, o ancora se permette ai professionisti di conciliare vita lavorativa e privata.
Non esistono soluzioni semplici per problemi complessi: la crisi delle vocazioni e la carenza di personale in sanità, dunque, si potranno superare solo mettendo insieme tanti diversi mattoncini e andando tutti nella stessa direzione.
Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Venezia