L’importanza fondamentale della prevenzione, a tutti i livelli, per fare in modo che gli infortuni sul lavoro proprio non avvengano, il potenziamento del controllo dei diversi SPISAL, le tante diverse variabili – l’età pensionabile più alta e la presenza di stranieri ad esempio – che contribuiscono ad alzare il livello di rischio, il ruolo strategico che possono giocare il medico di famiglia e il medico competente, la rilevanza dei disturbi post traumatici. Ma soprattutto il monito arrivato dal presidente Giovanni Leoni: «Non ricordiamoci dei morti sul lavoro solo il primo maggio».
È stato uno sguardo a 360 gradi su un fenomeno in continuo aumento e di strettissima attualità quello lanciato dal convegno L’infortunio sul lavoro: l’impatto sul sistema, organizzato lo scorso 7 febbraio al Centro Pastorale Cardinal Urbani di Zelarino dall’OMCeO veneziano in stretta sinergia con l’INAIL. Una mattinata di studi per comprendere le dinamiche di un’emergenza sociale definita dal presidente dell’Ordine e vice nazionale Giovanni Leoni inaccettabile «per le statistiche – ha detto – davvero impressionanti. Ciò che mi colpisce di più è la trasformazione di un lavoratore in un invalido: una persona che contribuisce alla ricchezza di tutta la società e della propria famiglia, che poi invece ha bisogno del supporto degli altri per tutta la sua esistenza».
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Le autorità sul palco
Il convegno è stato anche l’occasione per dare il benvenuto ad Alfio Sarain, nominato da appena una settimana direttore del distretto di Venezia Terraferma dell’INAIL. «Per me questa – ha sottolineato – è una grande occasione perché vorrei fin da subito instaurare un ottimo rapporto con le professionalità e le istituzioni presenti. Sono sempre stato un fautore della collaborazione che supera le barriere che si possono incontrare e gli aspetti burocratici che ci mettono in difficoltà. Ma con la buona volontà, l’impegno e la determinazione noi sapremo affrontarli».
Il ruolo e l’impegno della FNOMCeO per ridurre soprattutto la mortalità evitabile e il nuovo fenomeno delle aggressioni sui posti di lavoro al centro, invece, della breve riflessione del presidente nazionale Filippo Anelli. «Anche la violenza contro gli operatori sanitari – ha spiegato – fa parte di questo tema. I dati sono allarmanti: siamo a circa 20mila episodi in un anno, di cui 4mila aggressioni fisiche. Un fenomeno drammatico che si contrasta con leggi più repressive, come l’arresto in flagranza differita che comincia a produrre i suoi effetti, ma anche con una corretta valutazione del rischio e migliorando le condizioni di lavoro nelle strutture sanitarie».
Altri due, oltre a questo convegno, gli impegni che hanno portato l’assessore regionale alla Sanità Gino Gerosa ad occuparsi spesso nelle ultime settimane di infortuni sul lavoro: la recente inaugurazione a Marghera del nuovo centro protesico dell’INAIL, «che vuol dire portare la sanità in prossimità dei pazienti», e il nuovo tavolo di confronto istituito in Regione sulle cadute dall’alto. «La salute dei lavoratori – ha detto – deve diventare un imperativo: bisogna sviluppare una cultura che garantisca la sicurezza sui luoghi di lavoro, coinvolgendo gli imprenditori, i sindacati, l’INAIL, ma anche i lavoratori. Io vorrei dei cittadini consapevoli, che abbiano cioè accesso a informazioni e dati, ma che poi riescano a introiettarli, prendendone consapevolezza».
Prevenzione e sicurezza sono i tasti su cui ha battuto anche l’assessore comunale alla Programmazione sanitaria Simone Venturini che ha sottolineato come «l’infortunio sul lavoro sia una frattura che incide profondamente sulla vita delle persone, delle famiglie, delle imprese e sull’intero sistema sociale. La prevenzione allora è la principale leva su cui investire, attraverso una responsabilità condivisa. La sicurezza, poi, non deve essere considerata un peso o un orpello, ma un valore culturale radicato. Per questo è necessario rafforzare la formazione, rendendola più efficace e aderente ai reali contesti lavorativi, e affrontare con determinazione i nuovi rischi emergenti».
Un approccio diverso al lavoro la riflessione proposta, infine, dal direttore sanitario dell’Ulss 3 Serenissima Giovanni Carretta, che ha suggerito come il lavoro non debba più essere considerato solo «come un contenitore che fornisce uno strumento finalizzato a un risultato», ma debba essere, invece, «un percorso di responsabilizzazione di qualità. Se noi – ha aggiunto – approcciamo anche la tematica della sicurezza sul lavoro con questo punto di vista, il paradigma cambia completamente: la formazione, la gestione della fluidità e del cambiamento del lavoro diventano uno degli elementi paradigmatici assolutamente fondamentali».
Infortuni sul lavoro: il contesto e il lavoro di prevenzione
Durante la prima sessione del convegno, moderata da Nicoletta Ballarin, direttore dello SPISAL dell’Ulss 3 Serenissima, e dal medico legale e consigliere dell’Ordine Cristina Mazzarolo, si è cercato di tracciare un quadro di riferimento del fenomeno a partire dal lavoro di prevenzione messo in campo dalla Regione Veneto. A raccontarlo è stata Vera Comiati, medico del lavoro a capo dell’omonima unità organizzativa, che ha analizzato gli interventi di pianificazione, di vigilanza e di monitoraggio avviati e approfondito il funzionamento del Comitato regionale di coordinamento delle attività di prevenzione e vigilanza su questo tema. «Nel quinquennio appena terminato – ha spiegato – ci siamo focalizzati sulla promozione alla salute, sui piani mirati, sui settori dell’edilizia e dell’agricoltura e sulla prevenzione del rischio cancerogeno delle patologie professionali e del rischio stress correlato al lavoro».
Strumento di particolare efficacia il piano mirato di prevenzione (PMP): «Un modello partecipativo – ha aggiunto – che coinvolge anche le imprese che devono essere consapevoli del loro ruolo e dei rischi presenti in azienda e devono partecipare attivamente alla prevenzione sia degli infortuni, sia delle malattie professionali». In Veneto negli ultimi anni ne sono stati attuati in particolare nelle imprese del legno, dell’edilizia, della logistica e della metalmeccanica.
L’agenda per il prossimo futuro vede l’avvio di nuovi programmi: uno dedicato al monitoraggio e alla qualità della formazione, uno per la prevenzione del rischio cancerogeno tipo tossico professionale e infine uno che si occuperà della prevenzione in edilizia e in agricoltura nell’uso sicuro di macchine. «Pur considerando – la conclusione della dottoressa Vera Comiati – che gli infortuni mortali sono un fenomeno multifattoriale, che risente di tantissime variabili, il trend per fortuna comincia ad essere rassicurante».
Di complessità ha parlato anche Andrea Manzoni, sovrintendente sanitario di INAIL Veneto, incaricato invece di delineare il quadro epidemiologico nazionale e regionale del fenomeno. «Le situazioni – ha spiegato – che oggi troviamo nella gestione degli infortuni e dei dati relativi che l’istituto elabora si sono ampliate e diversificate. Pensiamo alla multipatologia, ad esempio, alla pluralità ed eterogeneità dei soggetti che erogano i servizi, al bisogno crescente di salute degli assistiti, ma anche all’evoluzione della conoscenza scientifica, all’innovazione tecnologica, alla variazione demografica».
E, a proposito di statistiche:
- nel 2023 in Europa sono stati registrati 3.298 eventi mortali correlati al lavoro (incidenti in itinere esclusi);
- in Italia gli infortuni denunciati nel 2025 sono stati 516.839, contro i 511.688 del 2024, e i casi mortali in tutto 1.085 contro i 1.077 del 2024;
- in Veneto le denunce di infortunio sono state 71.867 l’anno scorso contro le 70.186 del 2024, con un incremento del 2,39%;
- in netta crescita gli incidenti che interessano i dipendenti statali, dai 4mila del 2020 ai quasi 11mila del 2024;
- gli aumenti maggiori di infortuni si sono registrati nel settore delle costruzioni, da 4.450 nel 2024 a 4.612 nel 2025, nei trasporti e magazzinaggio e nella manifattura metallica;
- sul fronte province, maglia nera a Verona, con un incremento di oltre il 4%, seconda Venezia (+1,81%), Belluno e Rovigo le aree più virtuose;
- 22 le denunce d’infortunio con esito mortale a Venezia nel 2025 rispetto alle 16 del 2024.
«Dobbiamo quindi – ha sottolineato il dottor Manzoni – ragionare assolutamente in termini di una nuova cultura della prevenzione, che parta dai dati da valutare con responsabilità perché sono degli indicatori statistici e dei segnali di criticità strutturali». La presenza di rischi nei settori ad alta incidenza, allora, la trasformazione sociale tecnologica e organizzativa dei luoghi di lavoro e la complessità crescente dei modelli produttivi, tra le sfide da affrontare per il futuro. «Il cambiamento – ha concluso l’esperto – va nella direzione di investimenti stabili e mirati, formazione e competenze sempre aggiornate, prevenzione come valore condiviso, analisi tempestiva e gestione integrata del rischio e dei dati».
Figura chiave per una prevenzione di sistema è quella del medico competente, specializzato in Medicina del Lavoro e incaricato dall’impresa di attuare la sorveglianza sanitaria e collaborare alla valutazione dei rischi. Ad illustrane il ruolo Pietro Antonio Patanè, presidente di ANMA, l’Associazione Nazionale Medici d’Azienda e Competenti. «Questa figura – ha spiegato – conosce l’organizzazione dell’impresa e i layout lavorativi, cerca di capire i fattori di rischio e come può essere effettivamente efficace sulla sicurezza dei lavoratori».
Al medico competente, poi, spetta anche il compito di tracciare il giudizio preventivo di idoneità, cioè valutare che il lavoratore non subisca danni nello svolgimento di una particolare attività, e indicare eventuali limiti o prescrizioni nel rispetto della sua salute.
E se prima del 2023 i rischi contemplavano soprattutto la movimentazione manuale dei carichi, gli agenti chimici pericolosi, l’amianto e il rumore, con le nuove normative si ampliano alle posture incongrue, ai lavori in altezza, agli agenti atmosferici o ai lavori in spazi confinati. Da considerare anche il fattore umano, lo stato psicofisico del lavoratore, lo stile di vita, le sue incapacità, la mancanza di formazione o la non conoscenza del corretto uso dei dispositivi di protezione.
Tra cisterne, piattaforme mobili, impalcature, sostituzioni di funi portanti della funivie, potatura degli alberi, manutenzione degli impianti chimici, solo per fare qualche esempio, il lavoro del medico competente si muove tra sopralluoghi, riunioni periodiche e valutazione di diversi apparati del lavoratore e del suo equilibrio psichico.
«Il medico competente – ha concluso il dottor Patanè – deve essere presente e deve necessariamente essere coinvolto se vogliamo fare prevenzione a tutto campo. Non è più tempo del medico mordi e fuggi, che visita e scappa via. La prevenzione, però, a sua volta, deve essere di sistema, armonizzata, responsabilizzante e coinvolgente di tutte le le figure. Andare ognuno per conto proprio è il contrario della sicurezza che prima di essere un’attività è una cultura».
Il lavoro sul campo
La seconda sessione del convegno, moderata dal segretario dell’Ordine Paolo Sarasin, coadiuvato ancora dalla dottoressa Ballarin, è stata invece dedicata alle testimonianze delle diverse figure professionali che si muovono nel contesto degli infortuni sul lavoro. A partire da Mara Rosada, direttore del Pronto Soccorso dell’Ospedale dell’Angelo di Mestre, che si è soffermata sulle statistiche riguardanti gli incidenti sul lavoro nel suo reparto. «Il volume di questi accessi – ha sottolineato – è praticamente costante, se non in lieve calo: nel 2025 è stato il 4,2% del volume totale, circa 3.600-3.700 casi. Il maschio è più rappresentato rispetto alla femmina nell’infortunistica, l’età media è di 37 anni con un range però che si è ampliato rispetto alle decadi passate e arriva fino ai 75 anni».
Sono per lo più codici bianchi, l’83,7% – «anche se poi bisogna vedere la sequela di quell’infortunio» ha proseguito il primario – mentre il 4,7% viene trattato nell’area rossa shock room: 95 i casi gravi nel 2025, il 2,7% sul totale, 109 i ricoveri e 19 i casi di prognosi riservata (il 17% dei ricoverati), 4 i decessi, 3 nel corso della degenza e «uno nel nostro Pronto Soccorso – ha raccontato la dottoressa Rosada – un maschio italiano sessantunenne con un trauma da precipitazione gravissimo, morto nell’arco di un’ora».
Se, dunque, da un lato la netta maggioranza degli infortuni sul lavoro trattati dal Pronto Soccorso dell’Angelo era privo di rischio di vita o di danni significativi, dall’altro si registra una significativa presenza, il 35%, di utenti stranieri soprattutto per i casi gravi, «e pur trattandosi di un numero limitato – la conclusione della relatrice – rispetto ai grossi volumi del reparto, gli infortuni gravi sono in numero significativo. Numeri apparentemente piccoli, ma drammatici».
Accanto al medico competente, con cui dovrebbe lavorare in stretta sinergia, c’è anche un’altra figura professionale che può giocare un ruolo strategico nell’ambito degli infortuni sul lavoro: il medico di famiglia «che può diventare un vero ponte, un tramite tra il paziente e l’INAIL, creando una rete» ha sottolineato subito Erica Zanusso, medico di Medicina Generale veneziano, che conta tra i suoi pazienti tanti operai della Fincantieri di Marghera.
Da lei subito l’emersione di un problema nascosto: le assenze per malattia superiori ai 3 giorni, in cui rientrano anche gli infortuni, sono spesso dovute a patologie professionali misconosciute e il 30% dei pazienti, ma forse anche di più, ritiene che l’andamento della propria salute sia legato al lavoro e allo stress. «Quello di cui noi medici di medicina generale abbiamo bisogno – ha spiegato poi – sono strumenti semplici, sensibili, specifici che ci permettano di valutare e di intercettare la correlazione lavorativa nascosta dietro a tanti sintomi comuni, quali campanelli d’allarme non sottovalutare».
Al medico di famiglia spetta poi il compito di impostare il percorso terapeutico e di supportare il paziente infortunato sotto il profilo psicologico, avvalendosi, se serve, anche dell’aiuto di uno specialista. «Noi – ha aggiunto la dottoressa Zanusso – seguiamo il nostro paziente in più step del suo percorso, dalla cura al recupero funzionale. La nostra relazione con lui ha un punto di forza peculiare perché spesso riusciamo a ricevere anche delle confidenze, dei momenti di paura e debolezza legati all’infortunio che, purtroppo, altri medici non possono scoprire».
Un occhio di riguardo, infine, va riservato alle popolazioni vulnerabili «che rappresentano – ha detto il medico di famiglia – quote sempre maggiori dei nostri ambulatori. C’è una grande ansia per il paziente lavoratore, soprattutto straniero: casi di rifiuto della malattia per pressione lavorativa, la paura di essere licenziati perché viene fatto l’infortunio». Da qui la necessità di una prevenzione secondaria, indurre cioè i pazienti a denunciare, facendo capire che è una risorsa essere inseriti all’interno dei protocolli di medicina del lavoro. «La salute e il lavoro – ha concluso la dottoressa Zanusso – non sono dei comportamenti stagni e noi non siamo più dei certificatori burocratici. Siamo i garanti della salute globale del nostro paziente».
La parola è poi passata a Mia Boscolo, dirigente medico della sede veneziana dell’INAIL che ha approfondito il ruolo dell’ente nella presa in carico delle persone infortunate e di come sia cambiato «per arrivare oggi – ha spiegato – a una tutela globale del lavoratore: dalla prevenzione alla diagnosi e cura, dalla riabilitazione alla reintegrazione sociale, lavorativa e familiare, con il maggior recupero possibile dell’autonomia della persona».
Tre gli elementi specifici dell’infortunio sul lavoro: la lesione che avviene per causa violenta in occasione di lavoro e da cui deriva un danno, la morte o un’inabilità permanente, o un’inabilità lavorativa temporanea superiore a 3 giorni. La malattia professionale, invece, è contratta nell’esercizio e a causa del lavoro.
L’attività dell’INAIL scatta in automatico per tutelare i lavoratori infortunati o che contraggono una malattia professionale attraverso l’erogazione di prestazioni economiche – come ad esempio l’assegno di incollocabilità nel caso in cui la persona non sia più in grado di riprendere alcuna attività lavorativa – o sanitarie e sociosanitarie, come le cure riabilitative o termali, le protesi, il rimborso dei farmaci o il supporto psicologico. «Una volta ricevuta la denuncia – ha spiegato la relatrice – l’INAIL cerca di capire se l’evento sia riconosciuto o meno come infortunio, per poi seguire con un’équipe multidisciplinare il lavoratore in tutto il suo percorso, cioè fino alla guarigione o alla stabilizzazione della sua situazione. Alla termine dell’inabilità temporanea, il medico legale fa anche una valutazione del danno per capire se le lesioni abbiano determinato una menomazione. Alla fine dell’iter, che può durare 20 giorni o 2 anni, valutiamo se la persona è in grado di riprendere la propria attività lavorativa e di tornare alla propria autonomia».
Tanti gli aspetti su cui si concentra l’assistenza dell’INAIL: il supporto ai familiari, ad esempio, che spesso diventano i caregiver dell’infortunato, le visite domiciliari, l’abbattimento in casa delle barriere architettoniche, qualora ce ne fosse bisogno, gli adattamenti dell’auto, gli ausili informatici o quelli per la scrittura, il sostegno alla pratica ludico-sportiva, spesso fondamentale nella riabilitazione.
«Infine – ha concluso la dottoressa Boscolo – ci occupiamo del reinserimento lavorativo. Con finanziamenti a fondo perduto, l’INAIL cerca di fare in modo che la persona possa conservare il proprio posto di lavoro e, se non ci riesce, la aiuta nella ricerca di una nuova occupazione. Il percorso è un po’ duro, ma quando si conclude in modo positivo si ha una grande soddisfazione. Quando parliamo di tutela a 360 gradi è esattamente questo».
Quale ruolo gioca invece lo SPISAL nelle dinamiche degli infortuni sul lavoro? Lo ha spiegato Ornella Troso, responsabile della Medicina del lavoro e delle malattie professionali dell’Ulss 3 Serenissima, sottolineando subito che la finalità del servizio «è assicurare l’opportunità di prevenire gli incidenti o le malattie professionali». Tre le aree in cui si concentra l’attività dello SPISAL sul territorio e nelle aziende, attraverso diverse professionalità (ad esempio esperti di prevenzione, dirigenti chimici o ingegneri): l’area di controllo e vigilanza, quella sanitaria di promozione della salute e sicurezza sul lavoro e quella amministrativa.
Nell’azienda veneziana è anche attivo dal 2022 un osservatorio infortuni che consente di avere un monitoraggio in tempo reale per orientare così le attività di prevenzione. Questi i dati:
- nel 2025 gli accessi per infortuni sul lavoro nei pronto soccorso della Serenissima sono stati 4.136 a Venezia, Mestre e Lido, 3.177 a Mirano e Dolo e 604 a Dolo, per un totale di 7.917, con un aumento costante negli anni in tutte e tre le sedi;
- tra le vittime prevale il genere maschile, tra il 62 e il 64%, ma con un piccolo balzo delle donne, 40%, a Chioggia;
- la fascia d’età più colpita è quella tra i 51 e i 60 anni;
- gli stranieri infortunati, che arrivano di più nei pronto soccorso veneziani, sono di nazionalità bengalese.
Oltre alle azioni mirate di prevenzione, compito dello SPISAL è anche svolgere indagini per verificare lo stato dei luoghi in cui è avvenuto l’infortunio per determinare responsabilità o nessi di causalità, e raccogliere dati sull’infortunato. «Tutte queste analisi – ha concluso la dottoressa Troso – ci forniscono gli elementi per poi mettere in atto le campagne di prevenzione».
Si è fatto spesso cenno durante il convegno alle conseguenze traumatiche legate agli infortuni sul lavoro e alla necessità di un supporto psicologico, una tematica in realtà nuova che è stata illustrata da Martina Cavallari, psicoterapeuta anche lei in forze allo SPISAL della Serenissima. Il più importante è il trauma cosiddetto occupazionale: si possono avere cioè esiti psicologici se si viene direttamente aggrediti, se si è vittima diretta di un infortunio o indiretta perché si assiste, se si è testimone di un evento che comporta un rischio vita.
Cosa fa, allora, lo SPISAL per questi lavoratori e lavoratrici? «Grazie alla conoscenza di fabbisogni del territorio – ha raccontato la relatrice – abbiamo avviato attività ambulatoriali di psicotraumatologia in cui i pazienti vengono sempre visti da un medico del lavoro, uno psicologo del lavoro e un psicoterapeuta. Facciamo colloqui clinici e test psicometrici per capire se è stata sviluppata la psicopatologia. I lavoratori arrivano da noi in autonomia, ci vengono suggeriti dai tecnici della prevenzione o attraverso segnalazione del medico di famiglia, del medico competente o del dipartimento di salute mentale».
I professionisti sanitari vanno ad approfondire soprattutto il disturbo post-traumatico da stress e uno dei sintomi più interessanti nell’ambito degli infortuni sul lavoro è l’evitamento. «Va valutato con attenzione – ha spiegato la psicoterapeuta – perché la persona evita il luogo dove si è verificato l’incidente o l’aggressione, ma è il suo posto di lavoro, quindi se non riesce a ritornarci c’è il rischio di perdere anche la propria attività lavorativa».
Lo stigma e la vergogna e il rischio di una rivittimizzazione tra gli elementi a cui fare attenzione per chi ha un disturbo post traumatico «che difficilmente – ha concluso la dottoressa Cavallari – ha consapevolezza della patologia. Cerca piuttosto una via di fuga. Noi, allora, cosa possiamo fare? Una terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma e ridurre i sintomi del’evitamento perché far tornare la persona al lavoro è importante per la sua autostima».
Davvero intensa,infine, la testimonianza che ha chiuso il convegno. La voce è quella di Alex Tiozzo, presidente provinciale e consigliere nazionale di ANMIL, l’Associazione per Lavoratori Mutilati ed Invalidi del Lavoro, che ha però raccontato la sua esperienza personale. Invalido del lavoro per un incidente in itinere avvenuto nel 2014 sulla Romea mentre andava in moto a fare un sopralluogo in un cantiere: amputazione bilaterale degli arti inferiori, dopo 12 giorni di coma si sveglia e la sua vita è completamente stravolta. «Perdendo entrambe le gambe – ha raccontato – pensavo che fosse finita»
Fortunatamente, però, può contare su un’assistenza ospedaliera di altissimo livello e su una famiglia che lo sostiene. La svolta quando arriva una telefonata di Alex Zanardi che gli chiede cosa gli è rimasto e, alla sua risposta, replica: sei in una botte di ferro, ti mettono su due protesi e camminerai meglio di me. «Io in quel momento non capivo niente – ha spiegato Tiozzo – perché ero entrato 20 giorni prima in ospedale, avevo subito sei interventi, avuto arresti di tutti i tipi, cardiocircolatorio, respiratorio, crisi… Tutto quello che può succedere è successo».
La chiamata, però, gli dona slancio: dopo l’ospedale va al centro protesi di Budrio, a fine ottobre torna a casa con un punto mobile e una stampella. Un passo dopo l’altro Tiozzo comincia a correre con l’handbike e diventa un atleta paralimpico. «Io dovevo tornare a camminare – ha aggiunto – perché poi volevo tornare ad allenarmi, ad andare in strada, provare a fare quello che facevo prima quando nuotavo, sciavo, andavo in bici e in moto».
Le difficoltà non sono mancate dato che Tiozzo, ad esempio, ha perso il lavoro. «L’infortunio sul lavoro – ha detto – ti devasta fisicamente e psicologicamente. Devasta la tua famiglia, può spezzare una coppia. Ma dipende tutto dalla nostra testa».
Molto realistica e piena di speranza la sua considerazione finale. «È capitato a me – ha spiegato – può capitare a chiunque, a voi, ai vostri figli, nipoti o parenti. Non pensiamo di essere immortali, ma nessuno di noi lo è. Oltre alla prevenzione, però, è importantissimo far capire che il dopo è possibile, che la vita va avanti e vale ancora la pena di essere vissuta». Tanto che oggi nella sua c’è anche una bimba di 7 mesi.
«Meglio prevenire gli infortuni sul lavoro piuttosto che curarli» la sintesi tracciata dal vicepresidente dell’Ordine Cristiano Samueli, tirando le fila del convegno. «Abbiamo visto – ha detto – l’importanza della prevenzione e della raccolta di dati e analisi per mettere a punto piani mirati. Ma anche capito che la realtà del fenomeno è complessa con variabili multiple che entrano in gioco e che non dobbiamo sottovalutare». Fondamentale, infine, il lavoro in sinergia tra professionalità diverse, ma anche la forza della speranza «perché la speranza – ha concluso il dottor Samueli – è fondamentale per chi ha avuto infortuni soprattutto gravi. Ma è altrettanto importante l’insieme degli interventi dei sanitari. Questo dimostra quanto sia essenziale avere una sanità pubblica».
Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Venezia