Contribuire a cambiare l’organizzazione del lavoro per sostenere le donne impegnate nella professione medica – sempre più rosa anche secondo i dati diffusi dalla FNOMCeO in occasione dell’ultimo 8 marzo (vedi qui) – e promuovere un approccio che tenga conto delle differenze derivanti dal genere negli ambiti dell’appropriatezza, della ricerca, della prevenzione, della diagnosi e della cura. Incoraggiare, insomma, la medicina di genere.
Queste due delle priorità a cui si dedica ormai da più di un secolo l’Associazione Italiana Donne Medico (AIDM), nata nel 1921 e poi rifondata nel 1947: una società scientifica senza scopi di lucro, che conta oggi 56 sezioni nella penisola con circa 2mila socie. Da 15 anni l’AIDM è attiva anche a Venezia – una ventina le iscritte – e a guidare il comparto lagunare è la cardiologa Emanuela Maria Blundetto, medico di famiglia in pensione e attualmente segretaria della Fondazione Ars Medica.
Dottoressa Blundetto, perché in Italia c’è bisogno di un’associazione specifica che raggruppi le donne medico?
«Perché per centinaia di anni la professione è stata appannaggio della figura maschile. Era difficile, per esempio, anche iscriversi alla facoltà di Medicina. Ad un certo punto, però, la società è cambiata e le donne hanno cominciato a prendere coscienza, a capire che questo lavoro era appassionante, che anche loro potevano esercitarlo in modo dignitoso, adeguato, utile per la comunità. Ma a inizio Novecento la società era maschilista per tradizione e cercava di arginare questa avanzata femminile. L’AIDM, allora, è nata per portare all’attenzione generale queste donne che cercavano di inserirsi nella professione. Perché l’unione fa la forza: noi donne siamo abituate a collaborare tra di noi, ad aiutarci l’una con l’altra».
Ma nel 2026 ha ancora senso un’associazione così?
«Ha ancora molto senso intanto perché la professione medica si è femminilizzata: le iscritte agli Ordini e alle facoltà di Medicina e Chirurgia sono sempre di più, in alcune fasce d’età numericamente superiori ai colleghi uomini. Le donne sono riuscite a rompere il soffitto di cristallo, anche se la parità, pur affermata sulla carta, nella realtà resta ancora lontana. Ce ne sono poche, ad esempio, nei ruoli di vertice: poche alla guida degli Ordini, poche le donne primario, sui 13 nuovi direttori generali delle aziende sanitarie venete, solo due sono donne. In realtà questo succede anche perché loro stesse hanno meno tempo per impegnarsi in attività extra lavorative o extra familiari. C’è, comunque, una difficoltà intrinseca, reale e concreta a far carriera, come se il compito di una donna, anche se preparata e competente, fosse in realtà un altro».
Quali sono le criticità a cui la donna medico va incontro nella sua vita professionale quotidiana?
«Sicuramente la prima è quella di conciliare la vita familiare con quella professionale, tanto che cominciano a esserci sempre più colleghe che decidono di non sposarsi o di non mettere su famiglia per essere più libere di fare le loro scelte professionali. Penso all’ambito ospedaliero, ai turni infiniti, magari di notte, alle attività che richiedono una presenza prolungata, ad esempio in sala operatoria o in chirurgia o in anestesia… C’è bisogno di una disponibilità che va oltre e non c’è supporto per le donne: la professione è stata pensata e organizzata sul modello maschile. Se, come succede in Svezia, ci fossero gli asili nido negli ospedali, una collega sarebbe più serena a fare un figlio. C’è poi una difficoltà legata alla mentalità predominante: la donna deve sempre dimostrare di più del collega maschio: di essere più brava, di essere più competente».
Qual è, dunque, il ruolo dell’AIDM?
«L’AIDM si fa portatrice di queste necessità, di questo necessario cambio di paradigma nel pensare la professione per renderla più fruibile ed equilibrata alla figura professionale di genere femminile. Si deve fare stakeholder di queste istanze. C’è poi un altro importante fronte di attività, più strettamente legato alla salute e alla cura, che necessita di un cambio di mentalità: la promozione della medicina di genere. Ci sono differenze fisiche reali tra genere maschile e femminile e l’approccio del medico deve cambiare a seconda che abbia davanti un paziente uomo o donna».
Ci fa qualche esempio di questa necessità di approccio diverso?
«Per la sperimentazione scientifica dei farmaci, le persone reclutate per gli studi clinici sono sempre state di genere maschile. Perché? Perché arruolare una donna per provare un nuovo medicinale poteva essere un rischio, poteva non sapere, ad esempio, di essere incinta. Se pensiamo poi all’ambito cardiovascolare, si è pensato per secoli che fossero patologie maschili: dunque per cercare un farmaco o sperimentare una procedura si arruolavano soprattutto uomini. Nel 1948 lo studio Framingham condotto negli Stati Uniti ha certificato, invece, che anche le donne si ammalavano, anche se più tardi, e morivano, anche più degli uomini. Da qui si è cominciato a prendere coscienza che gli studi andavano condotti anche sul genere femminile e che un unico farmaco poteva non essere efficace allo stesso modo in un uomo o in una donna».
Come si dovrebbe comportare allora il medico?
«Dovrebbe cercare di avere un approccio diverso se il paziente è una donna che può, certo, avere le stesse patologie di un uomo, ma potrebbero esprimersi in modo diverso e quindi dovranno anche essere diagnosticate e curate in modo diverso. Di medicina di genere in Italia si comincia a parlare nel 2000 con l’attività prima a Sassari e poi a Padova della professoressa Giovannella Baggio: da allora qualche passo avanti è stato fatto, come ad esempio riconoscere alla medicina di genere una cattedra nei corsi universitari, ma si procede lentamente».
Cosa si propone di fare, allora, la sezione veneziana dell’AIDM?
«In questi 15 anni abbiamo organizzato tutta una serie di eventi in collaborazione anche con l’Ordine e la sua Commissione Pari Opportunità, occupandoci soprattutto di violenza di genere e di aggressioni al personale sanitario femminile e parlando per la prima volta, ormai un po’ di tempo fa, di disforia di genere. Adesso stiamo mettendo in cantiere per i primi di giugno un convegno sul rischio cardiovascolare e oncologico della donna oltre “la sindrome del bikini” e vorremmo portare a Venezia uno spettacolo molto bello, Le Medichesse, un progetto teatrale che valorizza la professione della donna medico, facendola raccontare direttamente dalle professioniste, messo in piedi dall’AIDM di Bergamo».
Per concludere: vuole dire qualcosa alle sue colleghe veneziane?
«Ci siamo rese conto nel tempo che sono poche le colleghe che conoscono la nostra associazione e le nostre attività. Quindi voglio fare un appello alle professioniste nel campo della medicina di qualunque specialità: associatevi perché, come dicevo all’inizio, l’unione fa la forza e ciascuna di noi può portare le proprie istanze, che possono essere diverse da collega a collega e che magari noi non conosciamo. Iscrivetevi, venite e partecipate attivamente: c’è bisogno dell’aiuto di tutte».
Per ulteriori informazioni, si può scrivere all’indirizzo e-mail:
Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Venezia