Infortuni sul lavoro e malattie professionali: come redigere certificati a prova d’errore? Lo hanno spiegato Andrea Manzoni, sovrintendente sanitario regionale dell’INAIL, e Antonio Polino, dirigente medico del distretto di Venezia Terraferma dell’istituto, ospiti il 17 febbraio del seminario organizzato nella sede dell’Ordine dal medico legale Cristina Mazzarolo e dal presidente Giovanni Leoni, per completare la formazione sul tema iniziata con l’importante convegno del 7 febbraio scorso (clicca qui per il resoconto e il materiali).
Una serata molto partecipata – esauriti tutti i 50 posti disponibili – all’insegna della praticità e della concretezza per approfondire gli obblighi e le criticità di questo tipo di documenti che «sono una caratteristica principale del medico» ha ricordato il presidente Leoni accogliendo i partecipanti e facendo cenno alla recente vicenda dei 6 colleghi indagati a Ravenna con l’accusa di aver firmato certificati falsi per ostacolare il rimpatrio di persone straniere su cui pendeva un decreto di espulsione. «Questi 6 colleghi – ha aggiunto – sono persone assolutamente normali, come noi, che hanno avuto dubbi sulla salute dei loro pazienti. E il problema era tutto qua: fare degli accertamenti. Eccola, allora, la difficoltà dei certificati. Vi vorrei anche ricordare, come ha fatto il vicepresidente Cristiano Samueli di recente agli iscritti, che i certificati INPS di malattia possono essere rilasciati da tutti i medici, liberi professionisti e odontoiatri compresi, non solo dai colleghi convenzionati».
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E proprio dall’obbligo di certificazione è partita la relazione di Andrea Manzoni che ha subito sottolineato un punto chiave: la carenza di medici e l’aiuto della tecnologia. «Il problema – ha detto è che noi siamo sempre meno e non credo che voi brilliate per quantità: la certificazione porta via tempo ed è complicata. Speriamo di avere presto un supporto informatico, accessibile attraverso tutti i gestionali, che ci consenta un modello di certificato per gli infortuni cortissimo, brevissimo, rapidissimo e da spedire direttamente».
Ricordando come l’infortunio sia un evento dovuto a una causa violenta in occasione di lavoro o in itinere (cioè durante il tragitto per raggiungere il proprio impiego o tornare a casa) da cui possano derivare la morte o un’invalidità permanente, assoluta o parziale, o un’inabilità assoluta permanente che determini un’astensione lavorativa superiore ai 3 giorni, l’esperto dell’INAIL ha poi spiegato che «la denuncia spetta al datore di lavoro, che deve ricevere un certificato che fa scattare la tutela assicurativa».
All’imprenditore spetta anche la comunicazione dell’infortunio all’INAIL, cioè di tutti i dati e le informazioni relativi agli incidenti sul lavoro che comportino almeno un giorno di assenza, comunicazione che serve all’ente assicurativo come raccolta statistica a fini preventivi e per fare la mappatura degli infortuni.
«Qualunque medico – ha aggiunto il dottor Manzoni – che presti la prima assistenza al lavoratore infortunato ha l’obbligo di trasmettere entro le 24 ore del giorno successivo per via telematica il primo certificato che, come previsto dalla legge, è gratuito, non può essere retribuito. Per i medici di Medicina Generale, inoltre, l’obbligo certificativo è anche un obbligo contrattuale stabilito dall’Accordo Collettivo Nazionale».
Tra gli elementi fondamentali da indicare: la generalità del lavoratore e del datore di lavoro, il giorno e l’ora in cui è avvenuto l’infortunio, la natura e la sede della lesione, la diagnosi e la prognosi, oltre a tutte le notizie ritenute necessarie. «I dati anagrafici – ha spiegato l’esperto INAIL – sono fondamentali, ma è fondamentale anche il codice fiscale. Le omonimie ci sono e sono abbastanza spiacevoli, per cui il codice fiscale toglie da questo imbarazzo. Il numero di cellulare e l’indirizzo mail sono per noi utilissimi per contattare l’assistito in caso di chiarimenti».
Non è, però, il medico a decidere se l’evento dannoso sia o meno infortunio. «Il medico – ha detto il dottor Manzoni – riceve tutta una serie di informazioni dal proprio assistito e, se ci sono le caratteristiche che possano far pensare si tratti di infortunio, è tenuto ad emettere il primo certificato». Il documento determina un numero che viene assegnato all’assistito e che lui comunica al datore di lavoro se intende attivare la tutela assicurativa.
Il dottor Manzoni ha poi passato in rassegna anche:
- gli altri certificati legati agli infortuni: il continuativo, con cui si prolunga il periodo di inabilità temporanea assoluta precedentemente formulato, e il definitivo per attestare il termine dello stato di inabilità, e di riammissione in temporanea in caso di ricaduta;
- i link utili per scaricare i manuali che spiegano come fare la certificazione di infortunio e come compilare i modelli per la richiesta dei codice di accesso;
- le funzioni di supporto del portale INAIL;
- l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni domestici;
- la tutela assicurativa del settore istruzione.
«Intorno al paziente infortunato – la conclusione del dottor Andrea Manzoni – c’è il servizio sanitario, ma ci siamo anche noi. Il nostro auspicio è di fare rete insieme a voi, ma anche insieme agli ospedali e al Pronto Soccorso, per poter aiutare i nostri assistiti».
Seconda parte della serata dedicata, invece, alle malattie professionali, «un argomento – ha detto subito Antonio Polino – molto più complesso rispetto agli infortuni. Per un medico legale riuscire a distinguere se una patologia abbia un’origine sicuramente professionale oppure sia dovuta, come diciamo noi, a malattia comune, è uno dei compiti più difficili».
E se l’infortunio è dovuto a causa violenta, concentrata in un breve periodo, la malattia professionale invece, per cui l’assicurazione è obbligatoria, è legata a un’esposizione prolungata a fattori dannosi derivanti dal lavoro. Sull’identificazione di queste patologie è in vigore attualmente un sistema misto: ci sono quelle esplicitamente indicate nella tabella del Testo Unico 1124 del 1965, ma poi nel 1989 una sentenza della Corte Costituzionale ha sancito che ne possono essere riconosciute altre non presenti nel documento di cui sia comunque provata l’origine lavorativa.
«Con l’aggiornamento del 2008 – ha aggiunto il relatore – c’è stato un grosso boom di malattie professionali quando sono state inserite le patologie cosiddette muscolo-scheletriche, l’ernia discale, le tendinopatie della spalla, i tunnel carpali, l’epicondilite, cioè il gomito del tennista... Oggi vediamo sempre meno broncopatie e dermopatie: il mondo del lavoro è cambiato veramente tanto».
Anche il dottor Polino ha passato poi in rassegna i diversi tipi di certificati INAIL che riguardano le malattie professionali – il primo, il continuativo e il definitivo – soffermandosi sull’inabilità temporanea, che però non è prevista per tutte le patologie: per l’ipoacusia per esempio no – «si può lavorare tranquillamente anche con un calo dell’udito» – se si opera una tendinopatia sì.
I tempi per il certificato di malattia professionale sono un po’ più dilatati e anche questo va compilato in triplice copia: quella per il datore di lavoro, senza dati sensibili, quella per l’assicurato e quella per l’INAIL. «Quando compilate un certificato col nostro sistema informatico – ha spiegato – alla fine il sistema vi fa stampare solo la copia per il vostro assicurato e una ricevuta telematica in cui c’è il numero di protocollo che il lavoratore deve comunicare al datore di lavoro».
Un po’ più complessa, rispetto a quella per gli infortuni sul lavoro, la compilazione del certificato per una malattia professionale «perché – ha detto l’esperto – ci stanno tante cose in più da scrivere. I dati identificativi dell’assicurato, ovviamente, la malattia, la parte più clinica in cui segnare l’anamnesi, l’esame obiettivo, se la persona ha fatto già trattamenti terapeutici, se segue qualche terapia ed eventuali altre osservazioni». C’è poi un’altra parte a cura dell’assicurato che deve indicare i dati dell’attuale datore di lavoro, ma anche le aziende in cui ha prestato la sua opera in precedenza. Fondamentale, infine, la firma del consenso «perché la pratica non può partire se la persona non esprime il suo consenso scritto».
Una volta steso il primo certificato di malattia professionale, il medico ha anche per legge – pena sanzioni fino all’arresto – l’obbligo di denuncia/segnalazione alla direzione provinciale del lavoro competente per territorio, all’azienda sanitaria per finalità preventive e di vigilanza e poi alla sede territoriale dell’INAIL, anche se il lavoratore non è assicurato e anche senza la sua espressa volontà. L’elenco delle patologie per cui è obbligatoria la denuncia/segnalazione è stato approvato nel decreto ministeriale 10 giugno 2014 ed è composto da 3 liste: malattie di origine lavorativa di elevata probabilità, di limitata probabilità o la cui origine lavorativa è solo possibile.
C’è poi anche il Registro nazionale delle malattie causate dal lavoro o ad esso correlate: è stato istituito presso la banca dati dell’INAIL ed è praticamente un osservatorio nazionale dove confluiscono le informazioni sulle malattie per le quali è obbligatoria questa denuncia/segnalazione. «È importante – ha spiegato il dottor Polino – alimentare questo registro nazionale: per analizzare i dati a scopo preventivo, di vigilanza, per finalità scientifiche e assicurative, ma anche per seguire l’andamento delle patologie e aggiornare le tabelle di legge. Ci sono anche malattie che non vengono denunciate all’istituto e che determinano il fenomeno delle cosiddette malattie perdute e sconosciute».
Il relatore si è occupato anche del referto medico, che deve stilare chi abbia prestato assistenza in casi che possono presentare i caratteri di un delitto, per la cui compilazione non c’è un modulo di legge: nel documento, che va inviato allo SPISAL competente che svolge funzioni di polizia giudiziaria, vanno identificate la persona lesa, le circostanze del fatto e le modalità di accadimento, va indicata una diagnosi e, ovviamente, la qualifica del medico.
Dal dottor Polino, infine, un altro appello ai colleghi per migliorare la sinergia: «Mandateci pure gli assistiti, ma non senza appuntamento. Consultateci via mail: noi rispondiamo a tutti. Se regolarizziamo l’accesso alla sede, lavoriamo meglio tutti».
La necessità di una comunicazione più diretta tra l’INAIL e i medici che lavorano sul territorio, le difficoltà d’utilizzo delle piattaforme informatiche e quella di inquadrare le malattie professionali, il ruolo del medico competente, i vantaggi, anche a livello legale, di avere una buona certificazione e una formazione più accurata sul tema per i giovani camici bianchi tra i temi affrontati nella discussione finale.
«Se in qualche misura – le conclusioni dei due relatori – ci parliamo tra di noi, ci organizziamo al meglio, forse la coperta stretta copre di più che non tirare da una parte e dall’altra che poi la strappiamo e facciamo un buco in mezzo. Dobbiamo ottimizzare il servizio perché il signor Rossi che viene da voi per un infortunio, poi viene da noi per la gestione assicurativa: è la stessa persona e non possiamo palleggiarcela. Dobbiamo gestirla al meglio, così facciamo meno fatica in due».
Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Venezia